Alcune riflessioni su Beat Generation e jazz

 

Il bebop è non soltanto l'universo sonoro che attraversa ed anima la letteratura della Beat Generation, ma ne costituisce anche un modello di tecnica compositiva. È quella che Jack Kerouac chiamava "spontaneous bop prosody", ossia una forma di scrittura che scaturiva dagli esiti dell'improvvisazione jazzistica.
I Boppers, oltre che adottare comportamenti anticonformistici (e per questo a lungo osteggiati dall'industria discografica americana) quali il rifiuto dei valori borghesi e puritani della società americana, il ricorso ad un gergo incomprensibile ai 'non Hipsters', l'abbigliamento eccentrico, il rifiuto dell'applauso, determinarono la rottura con i ritmi commerciali di evasione e di divertimento, piani e lineari propri dello swing.
Si creò, in tal modo, una musica d'arte e d'ascolto, connotata dalla libera improvvisazione che seguiva il tema iniziale, da frequenti variazioni armoniche e da assoli più lunghi rispetto al passato.
Parker, Gillespie, Monk e gli altri innovatori operarono, poi, la destrutturazione di grandi classici del repertorio musicale tradizionale, reinventandoli e cambiandone perfino il titolo, cosicchè temi come "What Is This Called Love" diventerà nel frasario bob "Hot House", mentre "Cherokee" si trasforma in "Ko-Ko".
Gli stilemi e gli idiomi del bebop nato negli anni '40 dalle Jam Sessions notturne dei Jazz-club newyorchesi, esercitarono un'influenza fondamentale sul gusto e sulla sensibilità del mondo dei Beatniks, (che eleggeranno non solo il bebop, ma anche il cool, l'Hard Bop e le altre espressioni jazzistiche quale fondamentali muse ispiratrici) animato da jazz-club e dalla vita di strada.
Kerouac in particolare, appassionato di musica nera, fu tra gli scrittori bianchi statunitensi, l'artista che meglio ne traspose in letteratura i suoni e la cultura.
Nei suoi saggi e nelle sue stesse dichiarazioni di poetica ("soffia forte quanto vuoi", "componi in modo scatenato, indisciplinato", "boppare...", "sincopare la scrittura"), appare chiaro come il retaggio della musica e della cultura afroamericana, rappresentarono la struttura portante della sua narrativa.
Al pari di Ferlinghetti, Corso, Ginsberg, Kerouac compose i suoi più famosi versi, ispirandosi alla teoria del respiro, il metodo compositivo ed esecutivo chiamato "breath and speech" di chiara matrice jazz, di forte impatto emotivo sul pubblico che assisteva agli elettrizzanti quanto ipnotici readings.
Il rinnovamento della letteratura americana negli anni '50, si realizzò, pertanto, nella direzione auspicata da Thomas Eliot, per il quale il jazz avrebbe offerto nuove suggestioni alla poesia contemporanea.
Il passo successivo per i beatniks fu l'accompagnamento del jazz alla recitazione delle poesie, di cui Kerouac tentò già nel 1957 "live performance", registrando tre dischi tra quell'anno e il 1960, ora inclusi nell'elegante cofanetto della RhinoJack Keruoac Collection (Rhino LR2/R4 70939- 3 CD).
Le raccolte di versi di Lawrence Ferlinghetti "Scene di un mondo andato" e "sette messaggi orali", furono espressamente composte per essere lette con accompagnamento jazz. Un altro classico esempio di sinergia artistica tra musica e recitazione, è l'esplosivo tema di Charles Mingus del 1957 "The Clown", dove le note del geniale contrabbassista e la voce narrante di Jean Sheppard, si fondono magicamente. Nel rielaborare il patrimonio linguistico dell'ambiente del jazz e più in generale della cultura afroamericana del tempo, gli scrittori della beat generation crearono un linguaggio nuovo, libero da condizionamenti formali, che riecheggia le aspre tonalità gergali del mondo della strada americana e delle periferie urbane.
La rilettura delle loro opere, ricca di rimandi a club, musicisti e temi jazz, ci restituisce l'attualità di un gran numero di parole ed espressioni, diventati prepotentemente d'uso comune nel linguaggio anglo-americano:

 

Chi scrive sottolinea, poi, la geniale abilità di raccontare, con uno slang da bopper, il disagio giovanile e la rabbia di un'altra America non conformista, che rifiuta i miti del consumismo, della guerra e della falsa moralità puritana anglosassone, descrivendo eroi erranti alla ricerca di identità, tra droga, coffee-houses, party, violenza e angoscia di vivere.
Tanto il viaggio musicale tra le note del bebop, quanto le strade polverose senza destinazione del mondo, battute dai beatniks, sono metafore di sradicamento, di ricerca di identità, attraverso cui esprimere le inquietudini dell'uomo contemporaneo, insignificante granello di sabbia di cui si ignora sia la velocità che la direzione.

 

Maurizio Zerbo (da www.allaboutjazz.com/italy)