Beethoven e Schumann tra committenze e Romanticismo

 

La musica da camera dell'Ottocento - è l'opinione comune - nasce nel seno della borghesia colta mitteleuropea, in particolare di lingua tedesca. Con un sospiro di melanconia, ci figuriamo che orde di banchieri e di avvocati trascorressero le lunghe serate d'inverno impegnati a decifrare le parti d'un Sestetto di Spohr o di un Trio di Mendelssohn, impugnando con volonterosa audacia il manico d'un violino o l'archetto d'un violoncello. Forse sarebbe il caso d'indagare il fenomeno un po' più da vicino. Ci accorgeremmo che all'origine di buona parte del repertorio importante, così tanto amato da medici e notai, si trova ancora l'antica prodigalità d'un nobile borsellino.
Le due opere delle quali si vuole parlare - il Quartetto op. 59 n. 1 di Beethoven e il Quartetto con pianoforte op. 47 di Schumann - sono l'esempio perfetto di questa sopravvivenza del patronage settecentesco sulle arti nel secolo della ferrovia e dell'industria, soprattutto perché alle spalle d'entrambe le musiche si staglia l'ombra dell'assolutismo un po' primitivo e barbaro dell'Impero russo.
Il Quartetto in fa maggiore di Beethoven fa parte di un gruppo di tre lavori dedicati al - cioè pagati dal - generoso e influente principe Andrej Razumovskij, ambasciatore dello Zar di tutte le Russie presso la corte imperiale austriaca. Dopo il Conte Lichnowsky, musicofilo sfegatato e già fraterno amico di Mozart, Beethoven non ebbe a Vienna un più assiduo e fedele protettore. Non che all'orgoglioso musicista mancasse l'appoggio della buona società, naturalmente, a partire dall'Arciduca Massimiliano, il fratello più giovane dell'Imperatore. Razumovskij tuttavia aveva un rapporto speciale con Beethoven, in un certo senso su un piano di eguaglianza, essendo un valido violinista dilettante oltre che un uomo di lettere e un amante delle belle arti.
Beethoven usciva da un periodo un po' complicato. Nell'autunno del 1805 era andato in scena il Fidelio, un progetto in cui Beethoven s'era gettato con tutto il cuore. Lo spettacolo non era andato secondo le attese, in una Vienna occupata dalle truppe francesi. In parte per la delusione dell'esito modesto, in parte per il disgusto provato a contatto con l'ambiente infido del teatro, Beethoven reagì alla disfatta del Fidelio con un impeto furioso di creatività sul terreno a lui più familiare, quello della composizione strumentale. In pochi mesi nacquero capolavori che ancora oggi costituiscono la base del repertorio, tra cui i tre Quartetti per Razumovskij. L'unico vincolo imposto dal committente - forse nemmeno un gesto esplicitamente richiesto, ma spontaneamente offerto - fu l'impiego di una serie di temi di sapore russo. Niente di sgradito, per un artefice come Beethoven, che nella sua musica strumentale spesso si divertì a sottolineare l'indifferenza del materiale rispetto alla forza dell'idea costruttiva.
A differenza di Beethoven, invece, Schumann non era abituato a frequentare il gran mondo. Le rare volte che fu introdotto in ambienti altolocati l'introverso poeta dei suoni compariva non tanto per i propri meriti, ma più ordinariamente per il fatto di essere il marito di Clara Wieck, lei sì musicista di fama internazionale. Avvenne così anche nel corso dell'avventuroso viaggio in Russia che la coppia d'artisti intraprese nel 1842. In questa occasione Schumann entrò in contatto con il conte Matvei Wielhorsky, un distinto dilettante di violoncello e compositore anche di un Tema e variazioni per violoncello e orchestra. La famiglia Wielhorsky era d'origine polacca e da un paio di generazioni era in servizio presso la corte dello Zar. Il fratello del conte Matvei, Michail, fu un grande patron delle arti a San Pietroburgo e mantenne al suo servizio un'orchestra privata con cui promuoveva in Russia la musica contemporanea occidentale, in opposizione alle tendenze culturali del partito slavofilo presente a corte. Berlioz, ospite nel 1847 d'una soirée culturale dai Wielhorsky, descrisse il loro palazzo a San Pietroburgo come un "petit ministère des beaux-arts". Il Quartetto op. 47, bella e dolce creatura di Schumann, fu offerta dunque a una delle più potenti famiglie della corte del feroce reazionario Nicola I, l'uomo che schiacciò con due brutali repressioni l'indipendenza di quella stessa Polonia cui appartenevano i Wielhorsky. Il clima politico era tale che la più innocente missiva poteva bastare a spedire qualsiasi suddito in Siberia, non importa quale grado occupasse nella gerarchia sociale. Nel 1849 Dostoevskij, condannato a morte con l'accusa di aver partecipato a un circolo socialista, ricevette la notizia della commutazione della pena nella deportazione ai lavori forzati nel corso di una macabra messinscena dell'esecuzione. Questa era la Russia che accolse Schumann, l'ammiratore di Jean Paul e di Heine. Non abbastanza appassionato, tuttavia, da impedirgli di mettere ai piedi dei Wielhorsky il più incantevole diario dell'anima che mai sia uscito dalla sua penna, ricolmo di tutti i fremiti e di tutte le contraddizioni - queste sì - di un vero poeta romantico.

 

Oreste Bossini (da www.sistemamusica.it)