Brahms tragico e progressivo

 

Quale sentimento del tragico rappresenta Brahms nella sua Tragische Ouvertüre? Il clima, di eroico fatalismo, e il tono usato paiono l'altisonante colonna sonora dell'eterna lotta fra uomo e destino. E il destino, chiaramente, è di beethoveniana memoria. È un sentimento sublime e di natura universale che trascende il puramente umano. La pagina brahmsiana contiene sì inquietanti interrogativi senza risposta: gli accordi drammatici dell'incipit, reiterati nel cuore dell'Ouvertüre, le lande desolate che ne conseguono e molte fra le numerose idee melodiche, non di secondaria importanza. Ma la riflessione sul tragico si veste di aulico. Se cerchiamo un riferimento biografico per cui la pagina sia stata concepita, restiamo stupiti. Perché? Quale fatto può aver portato Brahms a comporre un'opera così intitolata? Una circostanza fortuita, non un fatto drammatico. Siamo nella primavera del 1879, il compositore era appena stato nominato dottore honoris causa presso la Facoltà di Filosofia dell'Università di Breslavia e per celebrare l'evento "mondano", dietro commissione, aveva realizzato l'Akademische Festouverture op. 80, opera esuberante e intessuta di motivi goliardici. Brahms non aveva ancora deposto la penna che sentì il bisogno di bilanciare un lavoro così estroverso con una sorta di contraltare drammatico: l'Ouverture tragica. Secondo quest'indagine generalmente avallata, ma certo non l'unica, riceviamo una traccia curiosa di come Brahms sottometta l'ispirazione al bisogno di contrapporre "una pagina che piange a una che ride". Percorsi inediti dell'arte. Ciò accadeva fra la Seconda e la Terza sinfonia. Sei anni prima, quando aveva superato la soglia dei quaranta, Brahms inaugurava per così dire la propria stagione sinfonica non con una vera e propria sinfonia ma con delle Variazioni per orchestra. Nel suo modo, progressivo e prudente, aveva deciso di avvicinarsi al mondo sinfonico con la forma che maggiormente poteva metterlo al riparo da ogni rischio: la variazione. L'op. 56a, Variazioni su un tema di Haydn, è costituita da un tema, otto variazioni e un finale. Niente di più semplice. Ma anche niente di più complicato. Il tema, sul quale Haydn aveva costruito un divertimento per strumenti a fiato, era un antico corale austriaco di pellegrini, Corale di Sant'Antonio, scandito da un andamento di marcia che sembra prestarsi in modo naturale alla variazione. Dopo un esordio chiaro e lineare il tema subisce le manipolazioni dinamico-armoniche che man mano ne acuiscono l'aspetto gioviale, il tono meditativo, quello edificante, ne rivelano malinconie nascoste o di contro investono la scrittura di un impetuoso carattere eroico, che sfiora per un tratto il tragico appello, per poi nuovamente lasciarsi cullare in sognanti oasi idilliache. L'ultima variazione amplifica i toni religiosi con un robusto stile imitativo. Tre anni dopo la parabola sinfonica si aprirà con la più cupa fra le introduzioni.

 

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