Charles Ives, The Unanswered Question

 

Che cos'ha questo brano per orchestra da camera, della durata di sette minuti, per essere considerato uno dei capolavori della musica del Novecento? Per quale ragione dovremmo scomodarci a fargli posto nel Pantheon delle opere canoniche del secolo scorso, vicino al Sacre, al Pierrot lunaire, alle Metamorphosen, al Wozzeck, ai sei Quartetti (ognuno aggiunga – con prudenza! – i suoi preferiti)? Intanto, perché è stato scritto "prima".
Questa "contemplazione di una cosa seria" (A Contemplation of a Serious Matter, recita la didascalia), che suona così spregiudicatamente moderna, tanto da sembrare ben più tarda degli altri capolavori novecenteschi sopraccennati, risale al 1906.
È vero: la partitura fu sottoposta a revisione prima di essere trascritta professionalmente (fra il 1930 e il 1935), ma l'originale non se ne discosta molto. Fu in occasione di quella revisione che Ives aggiunse la nota esplicativa che traccia una sorta di programma: gli archi – immobili, pianissimo – che rappresentano "il silenzio dei Druidi, che non sanno, non vedono e non odono nulla", la tromba che intona "la perenne domanda sull'Esistenza", i legni che cercano, come tutti gli uomini, di dare "risposte contrastanti".
Ma non è nella melodia sghemba della tromba, che mima l'intonazione della voce (Janácˇek?), né nella polifonia dissonante dei legni, di un'umanità meccanica (Hindemith?), né nella staticità naturalistica, cosmica degli archi (Strauss?) che si coglie la forza anticipatrice di Ives: è nella sovrapposizione, nella stratificazione di questi elementi, nel loro procedere autonomo, quasi indifferente, sottolineato dalla disposizione spaziale, pensata tridimensionalmente (destra e sinistra, ma anche davanti e dietro, e con le fasce di frequenza che suggeriscono un sopra e un sotto).
Elaborando questo pensiero musicale "a strati", anche nell'opera che compone con questa un dittico (Central Park in the Dark), Ives va ben oltre gli elementi linguistici del Novecento storico, che già anticipa, e apre una finestra sul paesaggio sonoro a noi contemporaneo.

 

Franco Fabbri (da www.sistemamusica.it)