Clutch

 

Clutch, simbolo di garanzia e di qualità, verrebbe da pensare guardando il logo del gruppo che compare in ogni loro disco. Effettivamente la band americana nel corso della sua decennale carriera ha sempre dimostrato passione, coerenza, attitudine, sentimento verso quell'America del Sud (confederata) decantata nei testi e soprattutto nella musica del quartetto. Dan Maines, Neil Fallon, Tim Sult e Jean-Paul Gaster, quattro musicisti di primo piano, quattro uomini 'normali' (basta vedere le foto nei vari booklet); artefici della nascita di un suono legato al blues (inevitabilmente) ma 'sporcato' dal metal degli anni novanta (nichilista e sovversivo) e da un'attitudine prettamente hardcore, evidenziata nel cantato psicotico di Neil Fallon.
I nostri esordiscono nel '92 con l'EP "Passive Restraint (verrà ristampato dalla Earache nel '97) nel quale già dimostrano una padronanza strumentale invidiabile e qualche spunto notevole ("High Caliber Consecration").
L'album di debutto "Transational Speedway League" (East West '93) affina le soluzioni adottate precedentemente, palesando notevoli progressi. Il disco è un monolite hardcore-blues prodotto ottimamente, in cui l'act americano evidenzia una vena anticonformista soprattutto nei testi di Fallon.
L'opener "A Shogun Named Marcus" è una vera chiamata alle armi con la sua ritmica saltellante (Jean-Paul Gaster è un batterista con un senso ritmico eccezionale) e la voce unica ed inimitabile di Neil che 'tira' il pezzo sino al frenetico finale. L'apice viene raggiunto in "Earthworm" e "Heirloom": il primo un hard rock blues psichedelico con una chitarra in perenne feedback (chi ha detto Melvins?), invece il secondo lento e sognante con una melodia fantastica (Neil sugli scudi).
Nel '95 pubblicano il loro secondo e omonimo disco (Atlantic), il quale si manifesta differente dal predecessore, introducendo per la prima volta una vena 'jam' nei pezzi e sviluppando notevolmente la psichedelia intravista nell'esordio (davvero azzeccate le tematiche spaziali nel contesto musicale). I pezzi dunque si destrutturano, dando libero sfogo alla creatività del gruppo ("Escape From Prison Planet"), sempre mantenendo viva l'urgenza di esprimersi ("Texan Book of The Dead").
Davvero notevole "Spacegrass", song di psichedelia pura dove ogni verso decantato da Fallon sembra una sentenza. Menzione particolare ancora per Jean-Paul Gaster (sua migliore performance su disco): le sue battute di batteria ricordano non poco il maestro John Bonham.
Passano tre anni e nel '98 danno alle stampe "The Elephant Riders" (Columbia), in cui i nostri 'ritornano sulla terra' e ci regalano un concept sull'utilizzo (forse) di elefanti nella guerra civile americana di circa 130 anni fa. Il platter introduce l'uso del trombone: bellissima la strumentale "Crackerjack" dove anche Tim Sult gioca con il suo 'wah wah', regalandoci numeri di alta scuola.
I pezzi da segnalare sono, senza ombra di dubbio, "Wishbone" e la conclusiva "The Dragonfly" (da pelle d'oca l'interpretazione di Neil Fallon). Arriva il nuovo millennio e Clutch fanno la loro comparsa con "Jam Room" (Spitfire '00), disco, fin dal titolo, sviluppato come una lunga jam (12 pezzi per circa 35 minuti). La partenza è fulminante "Who Wants To Rock?", una sorta di Black Dog da un minuto e mezzo. Si prosegue con "Big Fat Pig" pezzo molto orecchiabile con chitarra in "libera uscita". Davvero originale "Gnome Enthusiate" in cui Neil canta il falsetto.
Che dire, invece, di "Swamp Boot Upside Down" con le sue dodici battute che ti entrano nel sangue?
Giungiamo al 2001 che vede la pubblicazione di "Pure Rock Fury" (Atlantic), titolo pragmatico che svela le intenzioni del gruppo. Infatti l'album è una sorta di live in studio con produzione molto 'sporca', aperto a partecipazioni esterne rilevanti (il grande Leslie West dei Mountain e Scott 'Wino' Weinrich"). I pezzi si susseguono imperterriti, non lasciando all'ascoltatore il tempo di tirare il fiato ("American Sleep", "Pure Rock Fury" e "Open Up The Border"): hard rock in your face! Efficace e particolare "Careful With That Mic" con spoken word di Mr.Fallon. 'Wino' regala la sua sei corde in "Red Horse Rainbow" e "Brazenhead" pezzi dove l'improvvisazione regna sovrana.
Menzione particolare per "Immortal" con Leslie West alla chitarra e voce ed alla bonus live conclusiva "Spacegrass" (ripresa dal disco omonimo del '95) superiore alla versione studio: un concentrato di potenza e tecnica (Neil sembra un ossesso sul palco lanciando grida lancinanti).
In conclusione, le parole sono poche ed insignificanti, per definire un gruppo come Clutch; gruppo difficile (ogni loro disco è 'irto di ostacoli'), però capace di dispensarti la mente, proiettandoti nei luoghi evocati dalla loro musica. Stoner, hard rock, metal: non sono compartimenti stagni per Clutch, ma mezzi per esprimersi liberamente e senza compromessi.
Un'ultima nota: A parte il CD "Jam Room" edito dalla Spitfire con distribuzione Edel, nessun disco dei Clutch è stato pubblicato in Italia (come dire, meglio una Pausini da esportazione).

 

Andrea Del Prete