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Confronto tra la “Bohème” di Puccini e la “Bohème” di Leoncavallo

 

L'onore della prima rappresentazione spettò al Teatro Regio di Torino, direttore Arturo Toscanini. Per la Bohème, Puccini, fidando nella originalità del suo giovane talento, lasciò che su di lui esercitassero influssi: Verdi, vecchio e sapiente, gli operisti francesi e perfino il Leoncavallo dei Pagliacci. Non si chiuse ad alcuna reminiscenza e fece ugualmente opera originale. Il cuore della sua originalità è Mimì, il personaggio più semplice e più ispirato, più leggiadro e più limpidamente profondo. Attorno a Mimì tante figure che rischierebbero di riuscire macchiette se i rapporti di ciascuna di esse con la dolce fioraia non le innalzassero tutte alla dignità del carattere drammatico e lirico. Tale dignità viene comunicata prima da Mimì al poeta Rodolfo, poi al pittore Marcello e all'amica di questi Musetta, al filosofo Colline, al musicista Schaunard, ai burloni del Quartiere latino, all'intero mondo così dispersivo della vita di Bohème. Senza Mimì, o con una Mimì meno schiettamente vagheggiata e sognata, nella Bohème ci sarebbero stati giovanile mestiere, abilità precoce, disinvolta capacità di rappresentare scene varie di tagliare più atti, di infondere ad ogni personaggio vivacità, melodia e ritmica, non molto di più, non i chiari segni di una agevole immortalità. Mimì bussa alla porta della soffitta di Rodolfo, in una pausa di semiminima un attimo, un sospiro, prima del soave accordo in re maggiore. <<Chi è là?…>>domanda Rodolfo. <<Scusi>>risponde Mimì; entra, le si è spento il lume, chiede un pochino di fuoco, viene colta da un lieve malumore e non uscirà più dal ricordo della gente, dal repertorio, dalla storia della musica. Rodolfo è già affascinato, già riscattato dalla sua condizione di personaggio di maniera. Dice: "Che viso d'ammalata", con una melodiosità dolcissima. Ha inizio un sommesso ma indelebile dialogo musicale, quello in cui Rodolfo s'innamora di Mimì e Mimì di Rodolfo, quello che risuona da più di cento anni nell'anima delle persone sensibili. È una cantilena, ma non nel senso melodrammatico, classico, piuttosto nel senso popolare soffiata e rotta, riaccesa e rispenta, come la fiammella di Lucia chiamata Mimì. Mimì, la piccola cittadina è squisitamente estranea al rivolgimento musicale dei suoi tempi. Pur essendo così viva nella sua fragilità, ha la grazia incorruttibile di una figuretta antica. Puccini, la modellò come in una cera di Medardo Rosso, con infinita delicatezza, con la venerazione che aveva per tutte le donne sventurate. Il suo pianto era sincero, pieno di pudore virile, che è il pudore più raro. Nel terzo quadro, quello nebbioso della Barriera e del Cabarè, e nelle scene della morte di Mimì, la melodia di Puccini è pianto. È fatta di singulti e di lacrime. È strettamente intima eppure commuove il più vasto pubblico. Strano destino quello di un uomo che ha conseguito immensi successi con l'arte più gelosa che ci sia mai stata. Perché la gelosia di Puccini per Mimì, per la sua Mimì, è maggiore di quella di Rodolfo.
Fra tutti i suoi lavori, il Leoncavallo preferiva "I Pagliacci" e la "Bohème". Diceva: << Con queste due opere, quelle che mi appartengono e amo, sono disgraziato. I Pagliacci hanno dovuto sempre camminare a fianco di Cavalleria Rusticana e la Bohème ha dovuto, a torto o a ragione, cedere il posto sui cartelloni a quella di Puccini…>>. Certamente fu un'arditezza scrivere un'opera sullo stesso soggetto del Murger, già musicata con successo da Puccini. L'opera andò in scena il 2 maggio 1897 alla Fenice di Venezia, 15 mesi dopo quella di Puccini. Ebbe successo, documentato dalle riprese subito effettuate ad Amburgo, Vienna, Nizza e Parigi. Il lavoro fu dedicato alla moglie Marta. I personaggi sono press'a poco quelli già posti in scena da Puccini, ma ripresi con più fedeltà dal romanzo originale. L'azione si svolge in quattro atti piuttosto ampi e va dalla vigilia natalizia del 1837 a quella del 1838. L'editore Ricordi, non vide di buon occhio la ripresa di questo sentimentale soggetto da parte di un compositore che aveva raggiunto una notevole notorietà e che era legato ad una casa rivale quella del Sonzogno. Nella stessa città di Venezia, pochi giorni prima che venisse rappresentata la nuova opera del Leoncavallo, venne eseguita una splendida Bohème pucciniana. Non solo, ma nella gazzetta musicale del Ricordi apparve un articolo denigratorio di tale Carlo Paladini. Lo sbaglio fondamentale che si rintracciò nella Bohème di Leoncavallo, consiste, secondo lo stesso Paladini, nell'essersi il musicista illuso nel credere che dalla << vie de Bohème, così qual' è si potesse cavar fuori un libretto interessante come insieme e come particolari, seguendo passo passo il romanzo del Murger e quasi trascrivendolo nella verseggiatura.

 

Elio Santoli