Creedence Clearwater Revival

 

Nella loro essenzialità campagnola, i Creedence Clearwater Revival incarnano lo spirito più genuino del rock'n'roll. Facce da bravi ragazzi (ricordate la frangetta di John Fogerty?) con i quali far tranquillamente uscire la ragazza la sera, sul palco i quattro - presto rimasti in tre - sapevano scatenare la folla proponendo rivisitazioni di classici (I Put A Spell On You, la Suzie Q di Dale Hawkins, il traditional Midnight Special, la I've Heard It Thru The Grapevine di Marvin Gaye trasformata in pulsante e nera elettricità) unite al loro rock'n'roll agreste, con venature soul-blues ed eccitanti riferimenti al voodoo.
Una manciata di hit indimenticabili (Green River, Born On The Bayou, Proud Mary, Fortunate Son, Travelin'Band, Bad Moon Rising, Up Around The Bend) è bastata ai Creedence per guadagnarsi una nicchia di rispetto nella storia del rock. Con una tecnica non ineccepibile, ma una grande presenza live John Fogerty e compagni hanno costruito le basi di certo roots rock a venire, e si sono fatti apprezzare per l'incredibile capacità immaginativa del loro leader, autore di quasi tutti i brani più celebri. Fogerty non è mai stato nel Bayou o su un battello fluviale, ma racconta queste cose come se le avesse viste, è capace di far rivivere le stesse atmosfere ed emozioni.
Più che album, i lavori dei Creedence sono collezioni di canzoni che colpiscono subito per la loro orecchiabilità, collane di riff semplici che si scolpiscono nella mente per sempre, di una negritudine bianca che si fa strada prepotente tra le paludi del Delta. La loro fusion di rock'n'roll e blues è uno dei prodotti più stimolanti mai ascoltati nel lungo cammino del rock e ne è dimostrazione lampante il fatto che queste canzoni resistono senza problemi all'usura degli anni. John Fogerty è un bravo chitarrista ed un formidabile compositore, in possesso di una di quelle voci rauche ed efficaci che lasciano il segno e che fanno un gruppo, urla al vento le sue storie di amore e, ma è sicuramente la musica gommosa e trascinante a suscitare le più grande emozioni. Stu Cook e Doug Clifford sono due bravi comprimari, come forse ce ne potevano essere a decine nella California di quei tempi, ma evidentemente tra i tre è scattata quella chimica inspiegabile che conduce un trio di musicisti a diventare gruppo ed emblema. Accuratamente distanti dalle ossessioni politiche del tempo (fine anni Sessanta, primi Settanta) forse per questo i Creedence sono arrivati intatti e godibilissimi anche negli anni Novanta e parte del loro twang è rintracciabile nelle attitudini delle nuove bands, Spin Doctors l'esempio più clamoroso. Il loro suono resta attuale, le canzoni non sono inni generazionali, ma brani longitudinali che possono intrigare anche i giovani e più smaliziati ascoltatori.