Dmitrij Dmitrevic Šostakovic: il genio musicale di una nazione

 

La musica come modello etico. Quindici sinfonie e quindici quartetti spiccano nel catalogo di Dmitrij Šostakovic. Per numero, dimensioni, profondità e articolazione di disegno, distribuzione nel tempo ed evoluzione di linguaggio, questi due blocchi sono diventati due cicli epici, ognuno nelle due forme consacrate della tradizione ottocentesca di matrice tedesca. Nella loro accentuata individualità, le sinfonie e i quartetti di Šostakovic sono delle forme di rigore classico al pari di quelle di Beethoven e Mahler. Come per questi ultimi, un'idea poetica informa la partitura, ma senza alcun riferimento alla musica a programma del secolo scorso. Se per gli uni sono le esperienze letterarie e filosofiche, per Šostakovic è la realtà, l'esperienza di vita e di morte, la storia del suo popolo con le sue disgrazie, il dramma dell'individuo e il suo dolore, a impregnare la pagina musicale. La prima Sinfonia in fa minore op. 10 (1925), compito d'esame per il diploma di Conservatorio, svela un precocissimo genio sinfonico; il primo quartetto per archi appare dopo, nel 1938, ma è il genere che assorbirà completamente la sua concentrazione negli ultimi anni, in evidente parallelismo con l'esperienza beethoveniana. AMBIVALENZA. Šostakovic era un uomo mite e sensibile e al contempo un grande artista, che ebbe l'ironica quanto tragica sorte di vivere - come sottolinea Paul Epstein - in un paese nel quale la leadership politica considerava l'arte come un brutale mezzo di controllo sociale. La straordinaria capacità di comunicazione della sua musica lo trasformò inesorabilmente in un possibile strumento nelle mani del governo sovietico e la sua ritrosia nei confronti dello scontro gli attirò il disprezzo di tutti coloro, artisti e intellettuali, che al contrario si ribellarono apertamente e si sacrificarono. Šostakovic scelse di vivere - per la sua musica e per la sua famiglia; visse nel terrore come tutti, tenne partiture chiuse nel cassetto per anni, accettò di firmare articoli o di pronunciare discorsi scritti non di suo pugno e mascherò - mai del tutto - con pagine apparentemente celebrative il mondo di conflitti drammatici e di profondo spirito di tragedia mahleriani che ugualmente gli appartengono. C'è da dire che Šostakovic sentì costantemente il peso delle proprie responsabilità di musicista, tanto che le sue pagine sono davvero pensate per parlare direttamente al suo popolo, nei confronti del quale egli nutrì sempre e sinceramente quel sentimento di comunione del destino, più nel dolore che nella gioia, che sarebbe riduttivo definire patriottico. La Settima sinfonia in do maggiore op. 60, soprannominata Leningrado, fu scritta freneticamente nel 1941, durante l'invasione dell'Unione Sovietica da parte delle truppe hitleriane e mentre Šostakovic veniva impiegato prima in azioni di controllo nella città, poi a intrattenere musicalmente le truppe e infine fatto evacuare a Est insieme a tutta l'élite artistico-culturale del paese. Nata tra sbuffi di locomotive, cibo razionato, sonno arretrato, sporcizia, freddo, paura e spaesamento degli sfollati, la Settima gli regalò il successo internazionale e la possibilità di cominciare a parlare e a piangere a suo modo i morti, non solo della guerra, ma anche quelli di tutte le repressioni, vicine e lontane. Dopo molti anni avrebbe svelato che la Sinfonia, a dispetto della sua monumentalità celebrativa e di tutti i riferimenti programmatici di cui era stata intessuta, era in realtà stata progettata prima della guerra ed era stata ispirata dal Salmo 94 di Davide sulla vendetta. Nelle sue intenzioni non era un inno alla resistenza e al patriottismo, ma un requiem per la Leningrado di prima della guerra, la città della sua nascita, già distrutta da Stalin e definitivamente annientata da Hitler. Un ricordo ai suoi cittadini massacrati e a tutti coloro che piangevano. "Si può apparire felici mentre si è tragici. Si tratta quasi sempre di sorrisi tra le lacrime". "Puoi scrivere un piccolo quartetto e suonarlo a casa con gli amici". Il ripiegamento interiore diventa la risoluzione indispensabile per un'indole e una salute fragili. Pur rimanendo una figura difficile da sottrarre alla pubblica opinione, Šostakovic allenta a poco a poco il proprio impegno civile. Tra un ricovero e l'altro, compone quartetti (ne avrebbe voluti scrivere ventiquattro, uno per ogni tonalità), ne segue le prove a casa propria, dà indicazioni di interpretazione agli esecutori. Negli ultimi tre quartetti non c'è più spazio per il tempo, per le maschere o gli specchi, per le forme o le teorie. Lo svolgimento è assolutamente soggettivo tanto da rendere inutile ogni tentativo di analisi. Misterioso, delicato, ambiguo, il Quattordicesimo quartetto op. 142 (1972) riassume esemplarmente la qualità estrema e allucinatoria delle ultime prove per quattro archi, dove vengono finalmente lasciate libere la tenerezza, la dolcezza e la malinconia di una sola voce, in questo caso il violoncello. "Tutto tace. Siamo solo in due in questa cella: me stesso e la mia mente" (Guillaume Apollinaire, dalla Quattordicesima sinfonia).

 

Marina Pantano (da www.sistemamusica.it)