Do maggiore e sol minore: due poli della ricerca espressiva mozartiana

 

I margini della ricerca comunicativa nella composizione musicale si riducono a scelte che riguardano "soltanto" il materiale sonoro: si può solo "comporre", mettere insieme, oggetti musicali (per la gran parte, del resto, già esistenti), traendone un senso in base alla loro selezione e ottimizzazione. Non sembri riduttiva questa tesi: è il lavoro del compositore, il suo gioco musicale e la sua vita. Ci soffermeremo su un particolare, apparentemente solo "tecnico", ma strettamente legato a questo sottile "gioco". L'argomento è la musica dell'ultimo Mozart e, in specifico, alcune sue composizioni scritte a Vienna tra il 1785 e il 1788, che si ascolteranno a Torino. I brani sono il Concerto in do maggiore K. 467, il Quartetto in sol minore K. 478 con pianoforte e la Sinfonia in sol minore K. 550. A questi vorremmo aggiungerne uno (che non è in cartellone, ma che è a tutti ben noto), la Sinfonia in do maggiore K. 551. Avremo così una doppia coppia, alchimisticamente combinata come nella trama di Così fan tutte, su cui basare la nostra riflessione: due brani dell'85 in do maggiore e sol minore e due brani dell'88 nelle stesse tonalità. È necessario occuparsi delle tonalità e di cosa comporta per Mozart scrivere in do maggiore o in sol minore. Diciamo subito che, alla fine del Settecento, il contrasto espressivo fra maggiore e minore era molto più caratterizzato che nell'epoca bachiana. L'era "galante" segna il trionfo del maggiore e, soprattutto nel melodramma, la scelta del modo in base al "colore" espressivo del testo è inequivocabile. Mozart non ha dubbi nell'ambientare (giusto per fare esempi in parallelo) in do maggiore la militaresca aria "Non più andrai, farfallone amoroso" delle Nozze di Figaro e in sol minore la tristissima aria di Pamina nel secondo atto del Flauto magico. La scelta della modalità comporta notevoli conseguenze su tutti i versanti compositivi e non è certo un caso che Mozart utilizzasse il modo minore in sole 3 delle 55 Sinfonie e in soli 2 dei 27 Concerti per pianoforte e orchestra. Il versante "solare" e quello "oscuro" del compositore trovano quindi espressione in due grandi contenitori che la musica del suo tempo gli offriva. Il sublime gioco inizia quindi già dalla scelta dell'armatura di chiave, non sappiamo se precorrendo o assecondando le istanze espressive che originano la composizione. Do maggiore è la tonalità delle grandi cerimonie, della marcia militare, della celebrazione solenne (anche se qualche volta si tramuta in caricatura e in comicità) e porta con sé l'uso di figure musicali altamente formalizzate (si pensi alla Sinfonia K. 338 o al Concerto K. 503, che sfruttano genialmente in maniera esclusiva materiali "prefabbricati"). Anche l'inizio del Concerto K. 467 utilizza un tema a carattere quasi di marcia, il cui incipit, nella sua scarna esposizione all'unisono, non viene mai ripreso dal pianoforte; il finale rappresenta il versante "comico" della stessa tonalità. Nulla di più cerimoniale si potrebbe usare all'inizio della Jupiter, che tanto rimanda agli stessi "neoclassici" accordi in do maggiore dell'inizio della Clemenza di Tito, e nulla di più luminoso e razionale potrebbe concludere questa sinfonia con la sua mirabile fuga a 4 soggetti. Sol minore è la tonalità della disperazione, della passione, della confessione, dove regna l'invenzione melodica, quella insuperata che inizia la Sinfonia K. 550 o quella scultorea che inaugura il Quartetto K. 478 (lo stesso carattere si trova parallelamente nel Quintetto K. 516, e nel Movimento di Sonata K. 590d). Nel K. 478 Mozart riequilibra il cupo clima iniziale con un Rondò finale in sol maggiore (in cui cita Johann Christian Bach); nella K. 550, invece, non ci sarà alcuna chiusa consolatoria. Il K. 478, sia detto per inciso, fu un fiasco editoriale per Hoffmeister, che revocò a Mozart la commissione di altri due quartetti per lo stesso organico. (Anche questo genere di motivi può far capire perché Mozart privilegiasse il modo maggiore e il suo carattere ottimistico). Ogni compositore vorrebbe dire tutto in ogni sua composizione e, nel contempo, sa che può dire solo qualcosa, perché i contorni del "genere", i limiti stessi del materiale, i gusti del pubblico fanno sì che la sua grandezza stia proprio nel sottrarre. La critica recente ama spesso sottolineare il lato "oscuro" di Mozart dopo una troppo sbilanciata considerazione del suo aspetto "apollineo". Sinceramente, Mozart sembra altrettanto grande e autentico in do maggiore e in sol minore.

 

Emilio Ghezzi (da www.sistemamusica.it)