Egmont, dolcezza ed eroismo

 

Egmont, chi era costui? Per tutti i buoni frequentatori di musica classica, il pensiero corre a Beethoven e alla sua celebre Ouverture, magnifico concentrato di un'energia musicale dirompente, che in pochi minuti di forma tripartita dà gioia agli amanti della musica pura ma sa offrire, a chi la cerchi, anche una mirabile narrazione per note. I più letterati ricorderanno anche che c'è un'omonima tragedia di Goethe e che l'Ouverture non è pagina a sé stante, nata per spontanea passione per Egmont del quasi quarantenne Beethoven, bensì il brano che nel 1810 "apriva", appunto, uno spettacolo, ovvero una produzione viennese dell'Egmont goethiano, e una serie di musiche di scena commissionate ad hoc nel 1810.
C'è dunque un Egmont storico, nobile condottiero al seguito di Carlo V, sostenitore della tolleranza religiosa e dell'indipendenza delle Fiandre natìe e perciò imprigionato dapprima, e infine giustiziato, da quel duca d'Alba inviato, nelle Fiandre appunto, da Filippo II, a soffocare ogni anelito libertario. Poi c'è l'Egmont nato fra il 1775 e il 1786 dalla penna di Goethe che, sullo sfondo di quel quadro storico, assume però i tratti di un puro eroe Sturm und Drang, nobiltà d'animo più che di sangue in cui le passioni si mescolano e sovrappongono, tolleranza e libertà come parti necessarie di un amore universale per l'umanità tutta, un'ideale e ineludibile aspirazione alla giustizia.
Alla tragedia di Goethe sono state mosse da più parti accuse di debolezza dell'elemento tragico o di eccessivo lirismo, ma già Schiller, coautore di una rielaborazione del 1796 che valse al testo una miglior accoglienza di quella che aveva ricevuto al suo debutto a Weimar nel 1791, scriveva: «L'unità di questo dramma non sta nelle situazioni, né in qualsiasi passione, ma nell'uomo».
In quell'Egmont dunque che non poteva non sollecitare certe corde del giovane Beethoven, nutrito di letture classiche, spiritualmente partecipe delle vicende storico-politiche del suo tempo e fervido di un non minore amore immenso e idealistico.
La composizione delle musiche per Egmont fu anche l'occasione per uno scambio fra i due autori; Goethe, che notoriamente non comprese né amò in generale la musica di Beethoven, in questo caso sprecò parole di lode, soprattutto per la pagina che accompagna il sonno di Egmont, per la quale lo stesso Goethe aveva chiesto che vi fosse musica.
È in effetti uno dei momenti più emozionanti dell'intero corpus: siamo nel quinto atto, Egmont è rinchiuso nella sua buia cella e spera ancora nella salvezza, non sa che il popolo non ne avrà la forza e che la sua amata Klärchen si appresta a morire lei stessa; una morte evocata da un brano musicale.
Gradualmente, Egmont comprende che è finita e invoca un sonno amico, che, accompagnato dalla musica di Beethoven, dolcissima ed eroica assieme, giunge e porta con sé un sogno, l'immagine della Libertà, con le femminili fattezze di Klärchen, che incorona l'eroe preannunciandogli che la sua morte porterà la vittoria delle province ribelli. Egmont si risveglia e ora si avvìa al patibolo con l'energia e l'ottimismo con cui affronterebbe il campo di battaglia per la vittoria.
La tragedia si chiude dunque con la morte del protagonista, ma una morte che sa di libertà e trionfo sigillati dalla Siegessinfonie, la "sinfonia della vittoria", che già Beethoven aveva usato a chiusura della concentratissima parabola musicale di Egmont offerta nell'Ouverture.
La concisione drammatica dell'Ouverture resta un unicum nelle musiche per Egmont, che per il resto allinea note scritte appunto per accompagnarsi al testo di Goethe, qualche numero chiuso e intermezzi.
Il terzo include il canto di Klärchen, cui va pure un Lied nel primo atto. E.T.A. Hoffmann criticava questi due in particolare per essere troppo operistici, ma era ben quel che ci voleva, se ancora Schiller scriveva: «Nel bel mezzo della situazione più realistica e toccante, siamo catapultati con un salto mortale in un mondo operistico – per vedere un sogno».

 

Gaia Varon (da www.sistemamusica.it)