Erotismo e allegoria: la Juditha triumphans di Vivaldi

 

Opera davvero speciale e singolare la Juditha triumphans. In primo luogo, essa appartiene al settore più intrigante e difficile da esplorare del catalogo vivaldiano, quello della musica sacra vocale. In secondo luogo, è un oratorio, un genere che a quanto ci consta Vivaldi praticò pochissimo (solo 3 oratori vs. 48 melodrammi). Infine, è l'unico suo oratorio di cui sia conservata (proprio a Torino) la partitura.
Singolare è anche il contesto storico-sociale da cui quest'opera scaturisce. Un oratorio latino bipartito: verrebbe subito da pensare a qualche pratica devozionale più o meno bigotta, con tanto di pio sermone moraleggiante a mezzo, in qualcuna delle varie confraternite di cui anche la Serenissima era ricca. Niente affatto. Sacrum militare oratorium lo definisce il frontespizio del libretto nel quale vennero stampati i versi che Giacomo Cassetti scrisse per Vivaldi. È il 1716. La flotta veneziana si è appena presa una grossa rivincita strappando l'isola di Corfù al secolare nemico, i Turchi, i quali l'anno prima s'erano ripresi quella penisola di Morea che nel 1687 il doge Francesco Morosini aveva conquistato, come vendetta, a sua volta, della perdita di Candia del 1669. In questo estenuante duello tra due potenze inesorabilmente avviate sul viale del tramonto, il 1716 vide appunto l'ultimo significativo break a favore della Repubblica veneta.
Non è documentato che la Juditha facesse parte proprio delle celebrazioni per la vittoria. Il libretto a stampa, in effetti, si mantiene sul vago e parla (traduciamo) di un oratorio "…da cantarsi in questi tempi qui di guerra da un coro di fanciulle inneggianti nella Chiesa della Pietà". Molto esplicitamente, però, spiega come i personaggi vadano interpretati in chiave allegorica: Giuditta simboleggia Venezia, Oloferne il Sultano, Abra la Fede, Betulia la Chiesa, Ozias i cristiani. Ad ogni modo, appare innegabile che questo oratorio costituisse una particolare actio laudis pubblica, una sorta di esorcismo collettivo, uno di quei raffinatissimi rituali apotropaici cui i veneziani erano usi (si pensi alle celebrazioni del 1631 per la fine della peste).
Anche se non possiamo dire in quale circostanza precisa la Juditha sia stata eseguita, dalla ricchezza eccezionale dell'organico strumentale si può inferire si sia trattato di un'occasione di particolare importanza. La partitura prevede, oltre agli archi, 2 flauti diritti, 2 oboi, salmoè (chalumeau), 2 clarinetti, 2 trombe e timpani, mandolino, 4 tiorbe, 3 viole da gamba e una d'amore, 2 cembali e organo. Vivaldi, insomma, mobilitò tutto l'arsenale strumentale dell'Ospedale della Pietà, ricorrendo naturalmente anche a "prestiti" esterni.
L'inconsueta ricchezza della tavolozza timbrica è proprio uno dei motivi di maggior pregio dell'oratorio. Vivaldi la sfrutta abilmente ai fini della caratterizzazione drammatica. Giuditta, per esempio, è sostenuta dalle voci "femminili" della viola d'amore (solista), del mandolino, del salmoè. Nell'aria della tentata seduzione la voce di Oloferne è accompagnata dal suono mellifluo dell'oboe con organo obbligato. Quest'ultimo episodio della seconda parte vibra di particolare sensualità: solo la tenace e filosofica renitenza di Giuditta impedisce a quest'opera di diventare un oratorio erotico.
I punti di debolezza della Juditha vanno visti in una certa prolissità drammatica, superiore a tratti perfino a taluni melodrammi, nella sensibile lentezza del ritmo narrativo, nella difficoltà a far crescere la tensione drammatica fino a raggiungere un autentico pathos. La scena-madre della decapitazione di Oloferne, per esempio, si svolge in un recitativo accompagnato piuttosto fiacco. Restano, per contro, svariate pagine di musica assai affascinante, alcune davvero memorabili, come l'aria d'esecrazione e vendetta cantata dal servo Vagans alla scoperta del padrone decapitato, la scena più bella di tutta la musica di Vivaldi, a detta di Michael Talbot.

 

Angelo Chiarle (da www.sistemamusica.it)