Faurè, un Requiem senza dolore

 

«Ho scritto il mio Requiem senza motivo… per il piacere di farlo, se così posso dire. È stato eseguito alla Madeleine per le esequie di un parrocchiano qualunque». (In realtà erano esequie "di prima classe" per Monsieur Le Soufaché).
«Si è detto che quest'opera non esprime il terrore della morte; qualcuno l'ha chiamata una berceuse funebre.
Eppure è così che io sento la morte: come una lieta liberazione, un'aspirazione alla felicità dell'aldilà e non un doloroso trapasso». […] «Può darsi che io abbia tentato di uscire dalle convenzioni, dopo tutti gli anni in cui ho accompagnato all'organo le funzioni funebri. Ho voluto fare un'altra cosa».
Fauré era uno che usciva dalle convenzioni, così dichiarava, pur fra le maglie impegnative di un Requiem, rivelando con un candore disarmante la propria idea della morte: un'idea semplice e discreta proprio come il suo Requiem è quieto e senza pathos, senza fragori. Nessuna impennata solenne o svolta drammatica, se non qualche rara increspatura minacciosa nel Dies Irae, dove – per così dire – ne corre l'obbligo. La pagina, costruita a più riprese tra il 1888 e il 1892, la cui origine per alcuni biografi è legata alla morte della madre, ha un aspetto patinato, arcaicizzante, velato d'una bellezza contemplativa. Come sarà risuonata nel 1893, alla prima esecuzione diretta dall'autore, nelle vaste navate della Madeleine di Parigi? E come, trent'anni dopo, durante le solenni esequie che gli furono tributate?
La vera linfa dell'opera era il pudore, non il dramma della morte. Tanto meno la celebrazione. Un pudore artistico che nella vita si rivelava davvero anticonvenzionale. Nonostante le proteste dell'ala più conservatrice degli ambienti culturali parigini, Fauré otterrà la prestigiosa nomina di direttore del Conservatorio, e vi resterà in carica dal 1905 al 1920, toccando così i vertici ufficiali della cultura musicale francese. Da un musicista che ricopriva un tale ruolo ci si potevano aspettare pagine appartenenti ai grandi generi musicali come la sinfonia, il concerto, anche il melodramma, e naturalmente le grandi composizioni sacre sinfonico-corali. E invece lui evadeva tali aspettative producendo per lo più nel genere cameristico e in par ticolare eccellendo nelle chansons per voce e pianoforte che tanto piacquero a Marcel Proust.
È musica che ci riporta al salotto letterario, che ci fa immaginare il raffinato cenacolo dei personaggi proustiani.
È musica che riflette una certa idea del gusto francese fin de siècle. Che ci rimanda un ritratto di uomo raffinato, colto, sensibile, elegante, sagace, forse con l'intima consapevolezza di destinare la propria arte a un ristretto e selezionato gruppo di interlocutori. Proust gli scriveva, quasi scusandosi per non averlo elogiato a dovere: «Signore, non è che mi piaccia o ammiri o adori la vostra musica: semplicemente ne sono stato e ne sono tuttora innamorato. Sere fa mi sono inebriato con il Parfum impérissable. Pericolosa ebbrezza, poiché sono tornato ad ascoltare il pezzo tutti i giorni. […] Vi ho detto cento cose meno di quelle che avrei potuto – conosco la vostra opera abbastanza per scrivere un libro di trecento pagine – ma cento cose più di quelle che vi avrei detto se avessi seguito la mia timidezza. Avendo voi avuto la bizzarra idea ch'io fossi irritato, mi avete autorizzato a queste mie effusioni».
Il compositore che suscita "effusioni", autore di musica raffinata e un po' d'élite va incontro al tema "popolare" della morte con tono dimesso e con manifesto candore (forse prudenza?), cimentandosi in un genere che recava impronte di grande autorevolezza: da Mozart a Cherubini, da Brahms a Verdi, da Berlioz a Saint-Saëns.
La scelta più opportuna di fronte a tali precedenti, e la più scaltra, fu quella di non rinunciare alla propria personalità e di immergersi con trasparenza nella composizione: questo testimoniano le sopra citate dichiarazioni dal tono un po' naïf.
Questo il punto, immediatamente evidente a chi ascolti un Requiem piuttosto irregolare, che chiude con una pagina tersa e felice, In Paradisum: il punto è la felicità oltre la morte. E questo senza tralasciare il fatto che Fauré era un agnostico.

 

Monica Luccisano (da www.sistemamusica.it)