Il caso del sassofonista misterioso

 

Quel che oggi rimane di Rocky Boyd, tenorsassofonista quasi completamente dimenticato, è poco più di una nota a piè di pagina in certi testi di storia del jazz. Anche il suo unico disco da leader [Ease It, inciso per la microscopica etichetta JazzTime] è stato ristampato sotto il nome del ben più famoso Kenny Dorham.
Eppure, ad un certo punto, pareva che Boyd fosse destinato a grandi cose: sotto la raccomandazione del pianista Walter Bishop, il produttore Fred Norsworthy gli fa incidere il già citato disco, primo ed unico a suo nome, con un gruppo composto nientemeno che da Kenny Dorham, Walter Bishop, Ron Carter e Pete LaRoca; pochi giorni dopo viene addirittura assunto da Miles Davis in sostituzione di Hank Mobley, ed appena prima di Wayne Shorter; quindi entra nel gruppo di Philly Joe Jones... ma poi sparisce, e nessuno ne saprà più niente.
Secondo Jack Chambers, nel suo studio su Miles DavisMilestones 2, "Boyd è una delle figure più misteriose in una forma d'arte che di esse è piena [...]. Occasionalmente si vedeva in compagnia di John Coltrane, specialmente in un paio di soggiorni coltraniani a Boston, forse la città natale dello stesso Boyd [...]. Il disco [Ease It] ce lo mostra come un sassofonista capace ed apparentemente sicuro, evidentemente un discepolo di Coltrane: un inizio promettente per un nuovo arrivato, ma di lui non esiste altro. Durante il suo ingaggio con Miles Davis, non incise mai, né sono spuntati fuori nastri di esibizioni di Miles in club. All'inizio del 1962, Boyd lasciò New York per un tour col quintetto di Philly Joe Jones, e da allora di lui si sono perse le tracce". Nel precedente volume, Milestones 1, Chambers racconta invece che "Boyd fungeva probabilmente da factotum di Miles, perché una volta quest'ultimo lo spedì al Five Spot per portare un messaggio a Coltrane. Doveva dirgli che una 'grassa ragazzona' di Boston (la descrizione è di C.O.Simpkins [uno dei primi biografi di Coltrane], la figlia tredici-quattordicenne di un tipo che aveva ospitato Davis e Trane a Boston nel periodo di un loro ingaggio allo Storyville, era arrivata a New York e stava cercando Coltrane. Quando Boyd riferì il messaggio a Coltrane, quest'ultimo si nascose nella cucina del Five Spot e rifiutò di salire sul palco. A Davis toccò telefonare ai genitori della ragazzina per farla venire a prendere".
Fin qui gli aneddoti. Ma Boyd è coinvolto in una faccenda ben più seria. È uno dei personaggi principali in quello che si può chiamare, come fosse un romanzo con Perry Mason, "il caso del sassofonista misterioso". Riepiloghiamo in breve la storia, grazie anche all'aiuto di un Manuale delle Giovani Marmotte quale è il recente libro di Lewis Porter, John Coltrane: His Life and Music (The University of Michigan Press, 1998).
Nell'estate del 1960, per il suo quartetto di quel periodo, comprendente Steve Kuhn, Steve Davis e Pete LaRoca, John Coltrane compone un nuovo brano, che suonerà spesso, ma al quale non darà, per il momento, un titolo.
Secondo la monumentale discografia coltraniana di Yasuhiro Fujioka, la prima versione che ci è pervenuta del brano risale al 1 luglio 1961, durante un concerto serale al Festival del Jazz di Newport. Coltrane è con un insolito quintetto (McCoy Tyner al piano; due bassisti, Art Davis e Reggie Workman; Elvin Jones alla batteria) e il pezzo, che oggi sappiamo essere "Impressions", è destinato nei mesi successivi ad essere ripreso dal sassofonista un'infinità di volte e a diventare uno dei suoi cavalli di battaglia [nel concerto di Newport, comunque, che è stato pubblicato su un vecchio LP allegato a Musica Jazz, MJP 1051, l'annunciatore presenta il brano come "So What" ...ma di questo in seguito].
Secondo Lewis Porter, la discendenza di "Impressions" è abbastanza complessa. "Impressions" è basato sulla stessa struttura [AABA] e sullo stesso modo [re dorico; l'inciso è in mi bemolle] di "So What", ma la melodia dei due temi è completamente diversa. Per quanto riguarda "Impressions", il tema A è tratto di peso dalla "Pavanne" di Morton Gould, un movimento della "American Symphonette, n°3" che Gould aveva composto nel 1937. La Pavanne, brano molto popolare fin da subito, era stata incisa parecchie volte da orchestre swing, e la versione più famosa resta quella di Jimmie Lunceford del 1940, oggi reperibile su un CD della Classics, e che Coltrane probabilmente conosceva. Ancora più probabilmente, Coltrane conosceva le due versioni incise dal trio di Ahmad Jamal (1955 e 1960). Il secondo tema della Pavanne è, pari pari, il tema A di "Impressions".
Il caso si complica ancora. Il tema B di "Impressions" è tratto da un'altra pavana, quella "Pour une infante defunte", composta nel 1899 da Maurice Ravel. Brano celeberrimo, molto popolare negli anni Venti e Trenta, e all'origine di una nota canzone del 1939, "The Lamp Is Low". Ricorda Porter che Coltrane aveva arrangiato, nel 1947-48, il brano di Ravel con James Forman, pianista e suo collega nella big band di Dizzy Gillespie.
Come si inserisce Rocky Boyd in questa vicenda che, sebbene, complessa, è fin qui abbastanza chiara? In Ease It, l'unico disco a nome di Boyd, troviamo un brano, "Why Not?", che l'etichetta e le note di copertina dell'album attribuiscono a Pete LaRoca. Ma il brano non è altro che il nostro vecchio amico "Impressions", sotto un altro titolo, anche se l'inciso è diverso, riproponendo semplicemente il tema A mezzo tono sopra (ovvero secondo il modello di "So What"...). Poi, sottoposto da Porter il 19 ottobre 1995 ad uno stringente controinterrogatorio, LaRoca nega di aver composto lui il brano. "Forse Rocky ha pensato che, visto che il tema non era proprio originale, poteva cambiargli il titolo. Io ero lì, quando Rocky lo suonava, e posso averlo influenzato in qualche modo [...], ma se mi hanno attribuito la paternità del brano, è per via di qualcosa che Rocky ha detto dopo che me n'ero andato... Attribuirlo a me è falso".
Ragazzi, qui c'è puzza di bruciato.
E se Rocky Boyd non fosse mai esistito?
Se Boyd non fosse altro che John Coltrane sotto falso nome?
Forse questa è un'affermazione eccessiva, sostanzialmente non suffragata dai fatti... non ultimo che, su Ease It, il misterioso Boyd somiglia sì moltissimo a Coltrane, ma sembra un po' falloso, un po' insicuro; privo, in sintesi, della suprema autorità del Nostro. Forse Coltrane voleva mascherare la sua presenza suonando in uno stile un po' diverso?
Certo che, comunque, il tutto è ben strano...
A favore della tesi Boyd = Coltrane:
- Ease It è stato inciso il 13 marzo 1961, data in cui Coltrane era già libero dal contratto con l'Atlantic, ma non aveva ancora iniziato ad incidere con la Impulse!, etichetta della quale comunque era già ufficialmente artista;
- Coltrane aveva forse, in quel periodo, necessità economiche urgenti; il 20 marzo compare in studio durante l'incisione di Someday My Prince Will Come di Miles Davis, ed ottiene di suonare sul brano omonimo; anzi, ritorna il giorno successivo e piazza un altro assolo su "Teo";
- Dorham, Bishop e LaRoca erano tutti vecchi amici di Coltrane; LaRoca e Dorham ci avevano anche già inciso in diverse occasioni;
- Il brano identificato come "East 42nd Street" su Ease It, composto dal flicornista Wilbur Harden come "West 42nd Street" e da quest'ultimo inciso nel 1958 per la Savoy con un quintetto comprendente, guarda caso, John Coltrane;
- Ed, infine, la misteriosa presenza di "Why Not?", ovvero "Impressions"...
A favore della reale esistenza di Boyd:
- Che abbia suonato con Miles Davis (ma, comunque, non esistono registrazioni, neppure pirata...);
- Che Pete LaRoca ricordi nei dettagli la seduta d'incisione di Ease It (brano, quest'ultimo, composto da Paul Chambers vecchio complice di Trane con Davis...);
- Che esistano storie e aneddoti relativi alla amicizia Coltrane-Boyd (ma nessuno di questi aneddoti è di prima mano, anzi; sono tutti stati tramandati oralmente da un giornalista e un biografo all'altro);
- Che a nessuno sia mai scappato detto niente su ciò che, probabilmente, avrebbe rappresentato un piccolo scoop (c'era, comunque, un certo uso di pseudonimi all'epoca: Eric Dolphy, di lì a poco, sarebbe stato ribattezzato George Lane per l'incisione coltraniana di Olé, fatta per l'Atlantic a parziale risarcimento della rottura di contratto);
- Che lo stile di Boyd sia un po' diverso da quello di Coltrane (ma la sonorità no, quella è abbastanza simile...).
Questo articolo è nato per gioco, come un piccolo scherzo; ma, col passare dei giorni, ci abbiamo preso gusto, e qualche piccolo dubbio si è insinuato nella nostra testa.
Sarà esistito davvero, Rocky Boyd?
Chi sarà stato questo misterioso sassofonista, discepolo di Coltrane fino alla identificazione totale con il maestro, e fino a riproporne gli stessi brani, addirittura prima dello stesso Coltrane, conoscitore addirittura dei recessi più profondi della sua produzione discografica...
Anche se Boyd è, probabilmente, un personaggio reale, la sua vicenda umana ha qualcosa di veramente misterioso.
Tanti jazzisti sono spariti nel nulla dopo un inizio promettente; magari la storia di Boyd è ben più banale di quella, romanzesca, che ci siamo immaginati mescolando allegramente verità ed ipotesi; magari è semplicemente tornato a casa, a Boston o chissà dove, e ha cambiato mestiere...
Certo che una simile venerazione per un artista come Coltrane, sì giustificata dalla grandezza del Maestro ma già in anticipo sui tempi di almeno cinque o sei anni, ben difficilmente svanisce così, durante un tour con Philly Joe Jones... Perché Boyd non si è fatto più vedere, neanche con Coltrane? Perché di lui non c'è più traccia, né memoria, nei racconti dei musicisti suoi contemporanei? Per questo, pur ammettendo la probabilissima esistenza di Boyd, in fondo alla nostra mente resta ancora un piccolo tarlo: che John Coltrane si sia voluto divertire alle nostre spalle e che, quel 13 marzo 1961, ai Bell Studios di Manhattan ci fosse lui, travestito da Rocky Boyd, ma con quel suo dolcissimo sorriso reso un po' amaro dal cronico mal di denti e dall'ancestrale terrore del dentista...

 

Luca Conti (da www.allaboutjazz.com/italy)