Il Jazz: modello di relativismo culturale nel terzo millennio

 

Supremo metacodice di tutti i linguaggi musicali del' 900, il jazz può essere considerato l'epitome delle società plurietniche e multiculturali del terzo millennio, contribuendo al processo di avvicinamento tra diverse civiltà e all'allontanamento dalle folli pretese etnocentriche di superiorità di un sistema culturale sull'altro.
Lo studio delle civiltà musicali afroamericane può e deve costituire, al pari della storiografia, uno strumento indispensabile per indagare e valutare il divenire storico, alla luce dei principi del relativismo culturale in base ai quali tutte le culture sono uguali e degne di rispetto.
Esistono, infatti, relazioni strutturali ben precise tra diversi sistemi culturali, mai esplorate fino alla metà degli anni '60 dalla storiografia europea, perché ritenute scomode, ai fini di una visione del mondo relativistica ed eurocentrica, relegando il diverso all'isolamento e all' invisibilità..
L'estetica (anche quella musicale), se concepita in maniera tradizionale, si rivela, pertanto, inadeguata ad una rigorosa interpretazione dell'"universo" musicale, che trascenda i principi di unità e purezza artistica.
In "Lettere dal carcere" Antonio Gramsci definì negativamente il jazz "musica negra pericolosissima", mentre per Theodor Adorno esso "fa parte della musica leggera", criticabile "nel momento in cui questa moda eterna crede di potersi porre come moderna, magari come avanguardia".
La storia delle musiche euro-americane va interpretata invece come secolare interscambio culturale tra Africa, Europa ed Americhe, che determina la nascita e la fortuna di folias, passacaglie, ciaccone, negritos, la contradanza cubana, il tango, la salsa, il samba, il blues, il soul, la rumba e il jazz.
Grazie agli studi della musicologia afroamericana, oggi è noto che la gran parte delle musiche improvvisate e quelle scritte del '900 hanno avuto origine dall'incontro tra nero e bianco, risultato di stratificazioni e sovrapposizioni tra musica colta e musica popolare, tra improvvisazione, oralità e scrittura.
Adottando i principi metodologici propri della critica jazz, gli etnomusicologi studiano l'ambito musicale come sistema culturale evolutivo e diacronico, "analizzando in che modo culture diverse venute a contatto si sono influenzate, e quali nuove forme ne sono scaturite" (Bruno Netll).
Il jazz, musica "meticcia" nata negli Stati Uniti dall'incontro tra l'Occidente e l'Africa e frutto di osmosi tra cultura "alta" e "bassa", tra accademia e improvvisazione, è stata l'unica forma musicale nel secolo scorso a rinnovarsi ed esplorare territori sconosciuti, grazie alla sua capacità inclusiva di incorporare nel proprio lessico elementi ad essa estranei.
Molti jazzisti sono stati pionieri di questa tendenza di sintesi melodica, armonica, timbrica, ritmica dell'universo "musica": si pensi alle le potenti intuizioni di John Coltrane e di Don Cherry, agli esperimenti di Tony Scott, Charlie Mariano e le felici sintesi del miglior Gato Barbieri, attraverso il recupero delle tradizioni orali europee, asiatiche (India) e africane.
L'idea di estendere il linguaggio e lo strumentario jazzistico, fino ad abbracciare musiche di tutto il mondo, incrociandosi con altri idiomi, prese corpo negli anni '50 del secolo scorso, quando Yusef Lateef mutuò sonorità proprie dell'Estremo Oriente, Miles Davis e Charles Mingus, con i dischi Sketches of Spain e Tijuana Moods rielaborarono rispettivamente il patrimonio folcrorico spagnolo e quello messicano e lo stesso dicasi per John Coltrane con la musica africana e quella asiatica.
Negli ultimi anni di vita, pur avendo lasciato un'impronta indelebile nella musica del '900, Coltrane era pervaso dalla ricerca (pienamente espressa) di un suono universale, di una musica "cosmica".
Le Country-Dances rinascimentali ("Greenslevees"), il ring-shout di derivazione africana ("Ascension"), il patrimonio musicale sacro d'ascendenza asiatica e il repertorio afro-brasiliano ("Ogunde Varere") si incontrano e si intrecciano con il call and response del jazz nell'ultima produzione discografica del sassofonista.
Paradigmatica è la suite "OM", la cui fase introduttiva è costituita da cantilene e salmodie rituali, sovrapposte a strumenti percussivi di vari continenti, in cui si fa esplicito riferimento al "suono del mondo".
Nell'inglobare nel proprio idioma i patrimoni scalari pentatonici, tipici della musica orale etnica del terzo mondo e quelle maggiori e minori eurocolte, il jazz diventò già negli anni '60 del secolo scorso, linguaggio di sintesi e memoria storica della musiche del mondo.
La nuova estetica fu diffusa e praticata in Italia da Giorgio Gaslini con il suo libro "Musica totale", in cui si teorizzava un linguaggio universale, libero e dinamicamente aperto a tutti i valori musicali.
Anche se non sempre l'incontro tra il jazz e musiche orientali ed africane ha prodotto risultati convincenti ed apprezzabili, ciò è comunque sempre avvenuto nel segno della ricerca e di crescita spirituale e culturale degli artisti, non paragonabile alle istanze di gran parte della cosiddetta "World music". Qui si fondono acriticamente e confusamente, per fini meramente commerciali, le tradizioni pseudo-etniche internazionali con la musica pop, con gli esiti nefasti che tutti conosciamo e subiamo.

 

Maurizio Zerbo (da www.allaboutjazz.com/italy)