La bella addormentata, una fiaba sulle punte

 

La bella addormentata è, all'origine, opera del genio di Marius Petipa, librettista, in associazione con il nobilissimo responsabile dei teatri zaristi Vsevolozskij, e coreografo ispirato, nonché pressato dalla necessità, in quel momento, di rinverdire la gloria un po' appannata della sua compagnia, dilettando lo Zar, la sua corte, i ballettofili e i ballettomani. Dalla fiaba di Perrault sulla principessa dormiente Petipa ha tratto la materia - o meglio il pretesto - per costruire in stretto contatto con Tchajkovskij - entrambi presissimi anche in mille altre commissioni e incombenze - il più meraviglioso monumento alla tecnica e allo stile accademici, in tutte le loro declinazioni, intorno alla stella principale, la luminosa Principessa Aurora, affidata a un'italiana su cui scommettere, Carlotta Brianza, scaligera, allieva di Blasis.
È il 16 gennaio 1890 nella gelida San Pietroburgo, dove solo il Teatro Mariinskij brilla di luci e conforta di caldo, mentre fuori cade la neve. Per lei, la ballerina, l'étoile su cui si appuntano tutti gli sguardi, una sfida da brivido, l'Adagio della rosa con i quattro cavalieri che aspirano alla sua mano, dove si tratta di non tremare mantenendo un equilibrio d'acciaio per un tempo sospeso di durata mozzafiato. E poi, per le altre prime ballerine, tante bellissime "variazioni", così si chiamano i soli di bravura, delle fate benefiche che portano alla festa di Battesimo tutti i doni più desiderabili alla bimba tanto attesa e finalmente nata alla coppia reale. Solo Carabosse (un feroce ballerino en travesti), dimenticata nel cerimoniale e offesa nell'onore, lancia il maleficio sulla piccola: si pungerà con un fuso (il sangue come simbolo della maturità sessuale) e morirà. Ma la Fata dei lillà - saggia maestra di rosei e squisiti passi - cambierà la condanna in un sonno temporaneo, per cento anni, da cui Aurora si sveglierà per il bacio del Principe che se ne innamorerà sul suo letto di morte apparente in quel bosco del titolo che ha ormai circondato la reggia, nascondendola agli occhi profani. Aurora torna, raggiante, alla vita e per lei si fa gran festa a corte con i personaggi delle fiabe e con gli animaletti della foresta, tra cui gli uccellini azzurri, che dispongono anch'essi di una super-variazione ciascuno. E proprio qui, tra questi guizzanti pennuti, si rivelano spesso i nuovi talenti brillanti della casa.
I fuorusciti russi esporteranno Bella ovunque, da New York, con la leggendaria Anna Pavlova - famosissima interprete della Morte del cigno - e poi con Michail Mordkin, tra i fondatori dell'attuale American Ballet Theatre, a Londra con la Sleeping Princess allestita dai Ballets Russes di Djagilev (1921) con la Brianza nel ruolo di Carabosse e con un apparato tanto ricco da andare in bancarotta, e poi con l'edizione messa in scena da Sergeev, che portò in occidente i quaderni con la notazione dei grandi balletti di repertorio russi.
Jurij Grigorovic, al Bol'šoj, dal 1963 ha lavorato sulla sua Bella addormentata valendosi di una étoile strepitosa come Maya Plisetskaja, di Ekaterina Maksimova come Florina e di Vladimir Vasil'ev come Uccellino azzurro. Ma è solo dieci anni dopo, nel 1973, che Grigorovic e lo scenografo-costumista Simon Virsaladze creano la versione di riferimento ancora attuale con una armonica coerenza concettuale e coreografica, in un décor "sinfonico" con i colori pastello per la primavera di gusto pietroburghese della bella Aurora e i toni dorati del bosco nelle tinte dell'autunno. La meditazione romantica del Principe alla ricerca - psicanalitica - di sé nella boscaglia dei sentimenti, che si risolve in un a solo lirico-apollineo amplia qui il ruolo maschile, un tempo sacrificato a quello femminile, e contraddistingue la concezione novecentesca del personaggio nella scrittura del coreografo che ha siglato tutti i titoli maggiori al teatro Bol'šoj.
Mentre all'Ovest questo balletto squisito, che viene messo in cartellone con parsimonia per "scarsità di fate mirabili", ha dato origine ad almeno un paio di remake interessantissimi, quello di Roland Petit in chiave fumettistica con un Re-Groucho Marx, un'Aurora che nasce sotto un cavolo e una Carabosse - Zizì Jeanmaire in calze fumé, e quello di Mats Ek per il Cullberg Ballet, dove la fanciulla ribelle ai genitori si punge con la siringa della droga, a Mosca trionfano tuttora i tutú colorati delle fate e i personaggi delle favole, da Cappuccetto rosso in duo con il suo lupo a Cenerentola al Gatto con gli stivali, creature uscite dalle pagine di un libro illustrato che volteggiano sul palcoscenico intorno all'eroina della storia, quell'Aurora che arriva all'età adulta sulle ali dell'amore con il grand pas in cui culmina tutta la felicità possibile a questo mondo: un attimo supremo che ci illude di una perfezione appagante ed eterna mettendo in campo la tecnica più cristallina, la padronanza del corpo più magica, la musica più delicatamente sensuale: tutto per le luci abbaglianti del trionfo.

 

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