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La rivincita delle percussioni

 

La nostra musica, cioè quella di noi europei, è una musica di corde e di tubi. Che si tratti di corde pizzicate o strofinate, di strumenti a fiato con o senza ancia, non importa: al di là del timbro, ciò che conta per il nostro orecchio pitagorico è che i suoni siano misurabili. Una volta scoperto il rapporto tra lunghezza del corpo vibrante e altezza del suono prodotto, non fa nessuna differenza se a essere suddivisa in frazioni sia una corda o una colonna d'aria in movimento. Così, stabilita la ratio, l'arte sta tutta nel discorso. Chiarezza e univocità sono il primo imprescindibile passo, senza il quale non si darebbero né il dialogo polifonico del contrappunto né l'argomentare dialettico dell'armonia, i due grandi contributi dell'Occidente al patrimonio musicale dell'umanità. In questa lunga marcia del linguaggio musicale, culminata nella forbita sintassi del sinfonismo ottocentesco, agli strumenti a percussione è stato tutt'al più concesso l'ingrato compito di accompagnare, mai il ruolo di guidare la carovana da protagonisti. Incapaci di articolare le stesse frasi dei loro compagni e incompatibili con gli ideali espressivi dominanti, le percussioni sono state addomesticate, nel fondato timore che bastasse l'irruzione incontrollata di un timpano a travolgere il civilissimo equilibrio che la musica andava conquistandosi. Già nel mito, tra Apollo e Marsia, nonostante l'origine divina di uno dei due rivali, lira e flauto si sfidano tutto sommato sullo stesso campo, nel rispetto della legge olimpica. In fin dei conti, ogni vero contendere è necessariamente dialogo. Quando però a dettare le regole non è Apollo, ma Dioniso, il panorama cambia del tutto, e con questo anche la musica. Non c'è ordine, legge né morale in grado di resistere ai selvaggi tamburi e ai crotali inebrianti delle Baccanti invasate. Per l'acustica è soprattutto una questione di nodi, di onde sonore che si sommano rendendo i suoni dei membranofoni e degli idiofoni sempre spuri e difficilmente decifrabili dal nostro orecchio. Non è un caso e neppure un'abitudine culturale, se ancora oggi, malgrado tutti gli sforzi dei compositori contemporanei per decontestualizzarle, le campane continuino a rappresentare per tutti la voce del sacro. Il loro suono distorto sembra provenire da un altro mondo, da profondità o altezze in cui le facoltà umane non discernono con chiarezza, suscitando in noi quel timore e quella fascinazione che da sempre accompagnano l'esperienza del divino. Ma quando l'orecchio annaspa, il corpo si risveglia. Se ne accorsero i primi ascoltatori della Nona di Beethoven quando, all'apparire del timpano solista nello Scherzo, balzarono istintivamente in piedi applaudendo. Un gesto irriflesso, che, con fischi e insulti al posto degli applausi, sarà poi la più tipica reazione di sdegno del pubblico alle sollecitazioni destabilizzanti della modernità. Dai primi segni di impazienza nella Nona alla definitiva emancipazione delle percussioni con Ionisation di Varèse - scritto per un organico di 13 percussionisti - passa poco più di un secolo. In questo arco di tempo la ristretta famiglia dell'orchestra classica aveva aperto le sue porte a un numero sempre maggiore di strumenti e, nell'illusione di poter prestare la sua voce a un mondo sempre più in espansione, si era spinta alle soglie del collasso. I nomi dei compositori che hanno portato alla sua definitiva deflagrazione sono noti, ma senza il fuoco amico delle percussioni difficilmente avrebbero trovato il modo di fare breccia nel vischioso accademismo che rendeva ormai l'aria della grande orchestra sempre più soffocante. Da questo grande terremoto dionisiaco sono passati molti anni, e tutto è cambiato. Le partiture contemporanee prevedono plotoni interi di strumenti a percussione di tutti i tipi, a volte più facili da trovare sulle montagne dell'India che nei negozi di musica delle nostre città. Tradizioni musicali fino a pochi anni fa considerate primitive, sono ora comprese e studiate, e nessuno scappa più se all'Auditorium si ritrova immerso in una foresta poliritmica, inestricabile come quelle dei gamelan giavanesi. Ma soprattutto, il lavoro dei compositori più raffinati - basti citare le estenuanti dolcezze di Maderna - ha mostrato a tutti il volto amico delle percussioni, capaci di rivelare con la precisione di un sismografo i nostri più impercettibili sussulti. Il Novecento è stato il secolo della liberazione del corpo. La nostra arte, sempre in bilico tra primitivismo e astrazione, ne ha riconosciuto in ritardo l'irrazionale e ambivalente ricchezza. In musica tutto questo porta il segno della rivincita delle percussioni, indiscusse padrone del regno di Dioniso.

 

Da www.sistemamusica.it