La Serenata trasparente di Dvorák

 

Antonín Dvorák era poco più che trentenne e, dopo aver sbarcato il lunario suonando la viola nei caffè e in altri luoghi pubblici, con l'apertura del nuovo Teatro Boemo, diretto da Mayr, entrava a far parte dell'Orchestra del Teatro. Questo gli permetteva di dedicarsi con maggiore zelo alla composizione. Era un istintivo e procedeva con libertà tra i dettami della tradizione classico-romantica e il sentimento del popolare, sempre più urgente in lui. Brahms lo accolse sotto la propria tutela, gli fece accordare la borsa di studio statale per artisti "poveri ma dotati" (600 fiorini all'anno per cinque anni), gli schiuse l'orizzonte. Antonín era nelle condizioni ottimali – tanto in spirito quanto in pecunia – per comporre. Una pagina come la Serenata op. 22 per archi (del maggio 1873) porta tutta la freschezza, il temperamento, la luminosità di pensiero di un giovane artista all'alba di una promettente carriera. La Serenata evoca da sempre un qualcosa di leggero ed elegante, di sensuale e persuasivo. È il canto notturno di un innamorato, è la confessione di un sentimento che si accompagna alla speranza di essere corrisposto: questo nell'immaginario collettivo. La Serenata è anche un gesto borghese, raffinato e colto, formalmente concluso nelle sue scansioni, nelle sue movenze e nel suo linguaggio ricco di eco folkloristica.
Dei cinque movimenti di cui si compone la Serenata, rilevando quel tanto di schubertiano che va a sposare il canto boemo, alcuni tratti ci lasciano ancora legati alla nostra idea sentimentale, come la fluente melodia con cui esordisce il Moderato o le lievi increspature malinconiche del Tempo di valse, dotate di soggetto e fraseggio di straordinaria eleganza. Ce ne allontanano un po' lo Scherzo e il Finale facendoci quasi considerare la struttura della serenata come una sinfonia allo stato germinale: e se lo Scherzo non tarda a mostrare un'inflessione melodica prevalente su quella brillante, il Finale si getta in una corroborante ricapitolazione in pieno spirito boemo. Ma ciò che rimane più inciso nella nostra memoria e sulla nostra pelle è il Larghetto, un ponte fra l'espansione di un canto – d'amore, perché no? – e la preziosità di una pagina di matrice classica, volta a celebrare innanzitutto la trasparenza del tessuto timbrico e della trama armonica.

 

Monica Luccisano (da www.sistemamusica.it)