Le quattro morti di Musorgskij

 

Tra le parole, un suono macabro e incantatore: questo deve aver immaginato Musorgskij nell'ascoltare le poesie del giovane Kutuzov durante una delle consuete serate d'arte presso casa Stasov. Così, tra il 1875 e il 1877 scrive i Canti e danze della morte, dove intona e recita versi vari come una vita intera, eppure unificati da un velo di gravità solenne ed estrema. Il realismo magico dell'originale per canto e pianoforte è arricchito di gusto per la narrazione fiabesca nell'orchestrazione di Rimskij Korsakov, realizzata qualche tempo dopo: solo nell'arte russa i demoni finiscono nei sacchi di grano e saltellano per via senza perdere l'impronta della loro origine sovrumana. Parlare così della morte non spinge a far scongiuri o a fugare l'argomento per timore: è un avvenimento, come la pioggia; è una sensazione, come la fame.
Però… Non è vero che la morte può raggiungerci in qualunque istante, arriva appena dopo il momento in cui la vita si raggomitola in una minima frazione di tempo e prende la sua forma più distintiva; il modo è deciso dal gusto dominante che emana quel succo concentrato d'esistenza, o meglio, da quello che è mancato di più. Allora, in quattro modi, secondo Musorgskij, colma l'assenza più dolorosa: dondola, carezza, accoglie o strappa.
Ninna Nanna: Morte che culla
Di notte il bimbo geme, ma respira. Gli archi vacillano: come la luce incerta della candela avanzano e retrocedono inquieti, segnano i contorni del buio senza incrinarlo. È l'alba - quella che sorprende gli amanti, scaccia gli incubi notturni e scopre sfinito chi ha vegliato - l'ora in cui la Consolatrice ultima muove passi gravi e bussa alla porta.
La luce che affiora dalla finestra ha il colore chiaro e filiforme dei legni, la persuasione si muove come una lince felpata e implacabile: prenderò io il tuo posto e canterò meglio di te… La Morte intona così la ninna nanna per ampi intervalli discendenti, come volesse soffocare il respiro già lieve; l'armonia scende e si oscura. Il canto ha la facoltà di acquietare o rapire la vita.
Serenata: Morte che seduce
Il cicaleccio della notte primaverile anima i pensieri della malata che, attraverso la finestra, ascolta il richiamo di un cavaliere intento a esaltare, a una a una, le parti del corpo oggetto del desiderio più intenso: un viso pervaso di luce bianca, le guance rosate, la capigliatura fluttuante, gli occhi blu radioso e il respiro tiepido come brezza marina. Ma è l'orecchio che raccoglie l'onda dell'estasi: bisogna tacere e ascoltare…
Il cavallo è un'onda nera di suono avvolgente.
Trepak: Morte che consola
Nel paesaggio strozzato dalla neve l'incedere stentato di un passante ubriaco e solo si struttura in una danza popolare, che coinvolge in un ingannevole movimento solidale scandito e scivoloso insieme. Una voce, sempre una voce invita questa volta con fermezza a lasciarsi adagiare sulla neve, perché il miserabile si senta riscaldato e protetto.
La musica tuona con gravità e contemporaneamente lancia per aria lunghi strali colorati, trema e scrive cerchi come le mani di una fattucchiera sopra la sfera magica, allunga lingue di suono per catturare e nascondere la creatura sotto la coltre fino a quando voleranno le colombe al sole.
Il Generale: Morte guerriera
Nel caldo del giorno eserciti in azione da poli opposti si annullano in un bagno di sangue, al battere dei rullanti, al crepitare d'ottoni, a energiche messe di voce degli archi; nella calma della notte tutto è inghiottito dall'oscurità, la musica è fatta di silenzio e sparsi lamenti.
Ora la morte stessa è sbronza per un così generoso raccolto: soverchia legioni intere di uomini, le chiude nella terra senza scampo calpestandole al ritmo di un ballo pesante, dove i piedi sono macigni; infierisce obbligandole a una processione patibolare, condannandole all'anonimato, negando loro la sola ragione d'essere stati: l'identità irripetibile.
In questa musica dell'Europa di confine si sente forte l'influenza d'alcuni miti cosmogonici orientali per i quali il suono (e non il verbo) non è solo creatore dell'universo, ma anche segno della fine, perché è un fenomeno fisico e insieme spirituale, può incantare il corpo per strappare l'anima.

 

Da www.sistemamusica.it