Leo Janácek

 

La vicenda artistica di Janácek (Hukvaldy, Moravia, 1854 — Ostrava, 1928), maggiore compositore céco moderno e una delle figure più originali ed enigmatiche della musica del XX secolo, fu caratterizzata per diversi lustri da un'attività creativa che non produsse opere significative né mostrò il delinearsi di una personalità artistica originale. Egli si mantenne infatti nel solco della tradizione nazionale, che riconosceva in Smetana e Dvorák i suoi più illustri rappresentanti.
Soltanto con il nuovo secolo, nel 1903, dopo la lunga gestazione dell'opera Jenufa, il musicista, liberando il suo stile dai presupposti romantici che l'avevano improntato fino ad allora, s'impose all'attenzione come un compositore originale e moderno. Lo stile di Janácek è assai difficilmente riferibile al quadro delle avanguardie coeve, essendo basato su un vocabolario armonico libero e ricco e su una invenzione melodica personalissima, fondata sullo studio, talora maniacale, delle inflessioni del linguaggio parlato. Sorprendentemente, con il trascorrere degli anni il vigore creativo dell'artista sembrò aumentare, portandolo a esiti di sempre maggiore vitalità e modernità. La passione, sorta nel 1917, per una donna molto più giovane di lui, gli ispirò una serie di composizioni di straordinaria freschezza, dal ciclo vocale Diario di uno scomparso (1919) e dall'opera Kat'a Kabanová (1921), fino al Quartetto n.2 per archi (1928).
La produzione di Janácek in quest'ultimi anni, nel cui ambito un ruolo preminente spetta alle opere teatrali, soddisfa le aspettative in lui riposte. Tra le opere memorabili di tale periodo, sono da ricordare le opere La volpe astuta (1924) e L'affare Makropoulos (1926), la Sinfonietta (1926), la Messa glagolitica (1928) e l'opera postuma Da una casa di morti (1930).

 

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