Lo N’teu njon

 

"Da noi, in Camerun, ogni casa deve averne uno. Nel bosco vicino al mio villaggio crescono piante che fanno frutti molto grandi. Si raccolgono, si tagliano a metà, si mangia la polpa e poi si fanno seccare i gusci. Ci servono per andare a prendere l'acqua. Sono i contenitori che usiamo per avere acqua in casa. Li decoriamo e li usiamo anche come strumenti musicali".
Queste sono le parole con cui la gentilissima e "supertreccinata" ragazza camerunense mi ha parlato dello strumento che, comunemente, chiamiamo tamburo ad acqua o zucca galleggiante. Nel nord del mondo si sta rivelando molto versatile in musicoterapia ed appare in diverse partiture di musica contemporanea, come l'ultima opera di Azio Corghi.
Noi occidentali dimentichiamo spesso l'origine dei suoni, prodotti dall'uomo man mano che imparava ad usare attrezzi di svariati materiali e forme.
Credo di poter affermare che il lavoro è suono, poiché è il movimento stesso che genera suoni.
Oggi disponiamo di strumenti musicali costruiti solo per fare musica, ma che sono i diretti discendenti di quegli antichissimi utensili che l'uomo da sempre inventa per migliorare la qualità della propria vita.
L'acqua ha una notevole importanza in campo acustico: si utilizza, ad esempio, come mezzo di propagazione del suono, come regolatore della pressione dell'aria nelle canne dell'organo idraulico, oppure come risuonatore. Nel nostro caso, un guscio è riempito d'acqua, mentre l'altro, più piccolo, vi è poggiato sopra capovolto e viene percosso. Quanta più acqua viene usata, tanto più profondo sarà il suono ottenuto dalla percussione. Pertanto il mezzo liquido si comporta come un vero e proprio risuonatore, in grado di precisare l'altezza del suono e di amplificarne l'intensità. La percussione dello N'teu njon (o Dyi doundoun, come lo chiamano nel Mali) prevede l'utilizzo sia delle mani che del battente. Gli effetti che si producono sono molti e fortemente differenziati. Per ottenere suoni profondi e potenti si consiglia di servirsi di un pesante battente per gong, di quelli ricoperti di feltro a vari strati. E' vietata qualsiasi bacchetta di legno, che romperebbe la calotta in pochi minuti. Mi sembra però molto più interessante l'uso delle mani, innanzitutto perché si può suonare a varie velocità e poi perché lo strumento è straordinariamente sensibile al tocco e quindi produce un ricco ventaglio di timbri, dinamiche ed altezze. Si richiede, naturalmente, una buona manualità e un'adeguata padronanza d'uso delle dieci dita, del palmo e del dorso delle mani su tutta la superficie della calotta. Qualora non si resistesse alla tentazione, si potrà anche muovere l'acqua ed arricchire ulteriormente la tavolozza degli effetti, per la gioia di chiunque viva la musica come un eterno e bellissimo gioco.