L'occhio e l'orecchio

 

Se penso a cosa vedo quando ascolto e a cosa ascolto quando vedo, mi vengono in mente due libri: uno appartiene ai ricordi di quando ero studente, anni fa; l'altro appartiene alle novità editoriali presenti adesso in libreria.
Nel primo libro, Individui, del filosofo inglese Peter Frederick Strawson, veniva inventato, ai fini della discussione, un mondo interamente e solamente sonoro. Mi aveva colpito questa fantasia filosofica, perché mi sembrava simile a quelle ipotesi di mondi strani e obliqui come ad esempio il mondo piatto di Flatlandia concepito da Abbott, mondi alla Swift, che illuminano il nostro mondo seguendo strade assurde e paradossali. Un mondo solamente sonoro. Come possiamo "immaginarcelo"?
Il secondo libro è una raccolta di pensieri e annotazioni che lo scrittore Peter Handke ha accumulato in anni di osservazioni. Si intitola – un titolo molto bello – Alla finestra sulla rupe, di mattina. Qui Handke tessendo e ritessendo insieme con innumerevoli fili realtà apparentemente lontane, come la poesia e il paesaggio naturale, l'analisi interiore e la lettura di testi classici e così via, ritorna sovente su un verso del poeta francese Francis Ponge: «Il mondo muto, nostra unica patria». Sentirsi bene, sentirsi a posto, sentirsi a casa nel mondo privo di voci. Certo, questo apre la strada alle sontuose descrizioni visuali di Handke, ma cosa va perduto in un mondo che è muto? Qui siamo all'opposto rispetto al mondo inventato da Strawson.
Se penso a cosa ascolto quando vedo e a cosa vedo quando ascolto, i due libri mi vengono in mente con un senso di duplice mancanza: è possibile, mi chiedo, separare l'occhio e l'orecchio veramente, come se non facessero parte della stessa persona, come se non fossero collegati allo stesso cervello?
Paradossalmente è proprio l'uso simultaneo di suono e immagine che oscura le forti ricadute dell'occhio sull'orecchio e viceversa. Spesso vediamo e ascoltiamo, per esempio al cinema, contemporaneamente. Ma quello che vediamo non ci fa inventare alcun suono, perché quel suono c'è già.
E quello che ascoltiamo non ci fa inventare nessuna immagine, perché quell'immagine c'è già. È proprio quando siamo esposti solo all'immagine (come una foto) o solo al suono (come un brano musicale) che inventiamo fantasie dell'altra parte, acustiche se è l'occhio a essere impegnato, visive se è l'orecchio. Basta farci caso. Io credo che funzioniamo così un po' tutti.
Ma cosa capita quando noi ci troviamo in certi luoghi fatti apposta per ascoltare? La nuova Walt Disney Concert Hall di Gehry, a Los Angeles, e l'Auditorium «Agnelli» del Lingotto di Torino, per esempio, cos'hanno in comune se non la funzione? Sono luoghi, spazi, per il suono.
È veramente lo stesso Mahler quello che noi intendiamo ascoltandolo nell'uno o nell'altro spazio? Evidentemente sì, dalla partitura fino all'orecchio sembrerebbe innegabile di sì. Ma dentro di noi, dove l'orecchio e l'occhio si scambiano così tanti messaggi, sarà ancora così? Delle infinite immagini che l'ascolto di Mahler è in grado di suscitare in noi, quali e quante vengono filtrate da quello che realmente abbiamo sotto gli occhi mentre stiamo ascoltando?
All'interno di quella rosa a petali sconvolti, così sbocciante verso lo zenith, così in tensione fra lo sviluppo e lo spampanamento, nella moltiplicazione curvilinea accartocciata, là in California, Mahler ci sta evidentemente tutto, e in completa comodità. Ma anche all'interno di quella missione sottomarina bene organizzata che scende dal ventre di un bastimento colossale modularmente sviluppato, monumentale, con quell'inclinazione che innerva un filo d'ansia nelle strutture altrimenti rigorosamente ortogonali, qui in Italia, Mahler non ci sta forse di nuovo tutto e assai comodamente?
Eppure. Qualcosa di diverso c'è. Difficile dire cosa.
Mi viene in mente questa piccola ipotesi: che ci sia una somiglianza fra l'ascolto in certi luoghi e la lettura. Ciascuno di noi sa che lo stesso libro, letto in tempi diversi, può dirci cose diverse. E che può dire cose diverse a me e a te. Magari le letture sono sostanzialmente identiche (si spera), tranne che per un minimo scarto. Quello scarto è però molto interessante. Somiglia molto a come siamo fatti noi, sostanzialmente tutti uguali, ma un po' diversi. E mi viene in mente questa piccola ipotesi perché vedo che ho cominciato subito parlando di libri. Come mai? Forse perché quando leggo un libro nel perfetto silenzio, io sento comunque una voce che parla.
La sento con l'occhio?

 

Dario Voltolini (da www.sistemamusica.it)