Mendelssohn e Tchajkovskij ai confini del classico

 

La parola "classico" è una delle più controverse della storia dell'estetica: può indicare un valore, una norma, un canone, può riferirsi a una precisa epoca della storia dell'arte, può essere utilizzata per descrivere uno stile dotato di caratteri chiaramente riconoscibili, come armonia, misura, trasparenza, ma può anche definire un atteggiamento ideale che contrappone al fondo oscuro dell'ispirazione artistica un bisogno di razionalità.
In musica, "classica" si definisce l'età di Haydn, Mozart e Beethoven, con tutto l'insieme di norme e criteri che si possono desumere dalle loro opere.
L'atteggiamento classicista, d'altra parte, non ha mai eliminato del tutto il patetico, il terribile, il perturbante, ma lo ha accolto in strutture solo apparentemente limpide e pacifiche.
Di qui l'ambiguità che rende difficile tracciare un netto confine tra classico e romantico, tanto che gli stessi autori possono essere ricondotti con ragione all'uno o all'altro di questi atteggiamenti, a seconda che si accentuino specifiche caratteristiche delle loro composizioni.
Uno dei compositori che rientrano in questa sfera di ambiguità è Mendelssohn, la cui Sinfonia Italiana, la terza da lui scritta anche se comparve postuma come "quarta", mescola con estrema abilità il pieno controllo dei materiali musicali e una motilità orgiastica, brillante, che rielabora alcuni elementi del patrimonio popolare italiano in un tessuto certamente limpido, ma anche emotivo e trascinante.
Un altro è Tchajkovskij, che ha sempre temperato i suoi slanci più ricchi di pathos con un amore per la regolarità delle forme e per un'ispirazione di matrice mozartiana.
La Sinfonia n. 6, detta Patetica, è forse l'unica delle sue composizioni orchestrali in cui la bilancia dell'espressività pende decisamente verso un fondo malinconico, interiorizzante e rassegnato che ha nel finale, Adagio lamentoso – Andante, il suo momento culminante e più profondo.
Bisogna rifarsi allora ai movimenti centrali, come pure ad alcuni passaggi di quello iniziale, per cogliere quel bisogno d'ordine che della disperazione diventa quasi un argine, e che trasforma il "classico" quasi nella possibilità estrema di salvezza di un naufrago alla deriva nel mondo sentimenti.

 

Stefano Catucci (da www.sistemamusica.it)