Musica, memoria e apprendimento: "Effetto Mozart"

 

Si è cominciato a parlare dell'"Effetto Mozart" nel 1993, quando fu pubblicato un articolo nel quale  G. Shaw e F. Rauscher, ricercatori dell'University of California at Irvine, sostennero che studenti che ascoltavano un brano del celebre musicista per soli 10 minuti, riuscivano con più facilità in compiti cognitivi di vario tipo, rispetto ad altri soggetti del gruppo di controllo (Rauscher, F.H., Shaw, G.L. and Ky, K.N. Music and spatial task performance. Nature, 1993). Nella ricerca in questione, 84 studenti di un college furono sottoposti ad una delle tre condizioni che seguono, per la durata di 10 minuti: il primo gruppo ascoltò l'Allegro con spirito della Sonata per 2 pianoforti in re maggioreK 448 di W. A. Mozart; il secondo gruppo ascoltò una cassetta di musica rilassante; il terzo gruppo non ascoltò musica (silenzio).
Ai giovani che parteciparono all'esperimento fu chiesto poi di completare una prova di ragionamento spaziale tratta dal test "Stanford-Binet": i risultati indicarono che gli studenti che avevano ascoltato il brano di Mozart, avevano ottenuto risultati di 8/9 punti più alti rispetto agli altri due gruppi. Tale effetto aveva, però, aveva una durata di soli 10/15 minuti. Kenneth Steele dell'Appalachian State University, commentò il risultato degli studi affermando  che non esisteva nessun reale beneficio e che gli stessi risultati avrebbero potuto essere rilevati ascoltando altra musica o nessuna musica. Steele infatti aveva ripetuto lo stesso esperimento per 2 anni, non riscontrando nessun effetto sulla performance dei soggetti coinvolti e concludendo perciò che non c'erano evidenze per supportare l'esistenza dell'effetto (K.M. Steele, K.E.Bass and M.D.Crook,   The mystery of the Mozart effect: failure to replicate. Psychological Science, 10, 1999) .Fran Rauscher ribattè che la critica avanzata al suo studio, era nata dalla convinzione che gli effetti fossero permanenti. Aggiunse che Steele studiava l'intelligenza generale e non l'abilità spaziale e che nel riprodurre l'esperimento aveva usato una combinazione di metodi in contrasto tra loro. Gordon Shaw, coautore dell'articolo in questione, precisò che Steele non aveva riprodotto esattamente l'esperimento originale, poiché non aveva raggruppato i soggetti secondo le loro capacità (nell'esperimento originale ognuno dei 3 gruppi controllati aveva un egual numero di punteggi alti, medi e bassi nei test somministrati il giorno precedente), compromettendo con ogni probabilità il risultato. Quello che in realtà i due studiosi della University of California ipotizzarono, in base ai risultati della loro ricerca, fu che la memoria fosse migliorata in quanto la musica e le abilità spaziali condividono gli stessi circuiti cerebrali. Dunque si poteva pensare che la musica prepara, riscalda il cervello per i test di ragionamento spaziale.
Nel 1999 un articolo  pubblicato sulla rivista Nature, illustrava lo studio di Christopher Chabris del Dipartimento di Psicologia della Harvard University, Cambridge, Massachusetts, presentando  l'analisi di 17 studi e affermando che l'effetto Mozart era minore di quanto emerso altrove (Chabris C., Prelude or requiem for the Mozart effect?, Nature, 1999). Anche  Norman Weinberger, Executive Director of the International Foundation for Music Research, rispose allo studio dell'Appalachian State University replicando che molte ricerche avevano fallito nel tentativo di replicare l'originale effetto Mozart di ascolto passivo di Shaw/Rauscher. Howard Gardner, esperto di IQ all'Università Harvard a Cambridge nel Massachusetts, si dimostra scettico sull'"effetto Mozart": egli afferma che la stimolazione in generale  ha un effetto neurochimico misurabile, ma se questo effetto derivi dalla musica e in particolare da quella di Mozart, deve essere ancora dimostrato. Alcuni hanno cercato le prove dell'effetto Mozart nelle scimmie, sottoponendole ad ascolto di musica di Mozart per pianoforte, prima di un test di memoria. I risultati dimostrarono che l'ascolto non migliorava le performance delle scimmie in confronto a gruppi che ascoltavano solo rumore ritmico o rumore bianco. Inoltre l'ascolto di Mozart durante il test peggiorava la memoria, mentre l'ascolto di rumore bianco non la peggiorava, anzi in certi casi la migliorava (Carlson S., Rama P., Artchakov D., Linnankoski I., Effects of music and white noise on working memory performance in monkeys, Neuroreport 1997, Institute of Biomedicine, Department of Physiology, University of Helsinki, Finland).
Lo studio realizzato alla Midwestern State University, USA, espone i risultati degli effetti dell'ascolto di Mozart e Bach sull'immediata performance di un test matematico. La ricerca fu effettuata su un gruppo di 61 studenti delle scuole superiori, assegnati in maniera casuale ai gruppi di controllo e sottoposti ad un test costruito in maniera simile a quello somministrato dall'University Mathematics Placement Examination. Il risultato ha indicato che l'effetto è insignificante sull'immediato test matematico, pertanto si suggerisce di porre attenzione nel misurare le differenze nei vari obiettivi cognitivi, come indicazione del punteggio di incremento nell'intelligenza (Bridgett, D.J. and Cuevas, J., Effects of listening to Mozart and Bach on the performance of a mathematical test. Percept Mot Skills, 2000). Ragionando sul fenomeno, gli scienziati  hanno dato una spiegazione relativamente semplice: è come se l'ascolto di Mozart migliori l'umore di una persona o come se l'effetto possa essere legato alla qualità delle composizioni stesse. Inoltre, apparentemente, l'effetto Mozart dipende dal tipo di test usato, ma non va trascurato il fatto che secondo alcuni, l'esperimento originale  aveva avuto successo, innanzitutto, perché solo pochi studenti furono testati, ma anche perché gli altri due test di ascolto (musica rilassante e silenzio), parevano avere effetto negativo sulla memoria.
La Rauscher, nel consigliare cautela prima di giungere alla conclusione che l'ascolto passivo della musica produca un incremento dell'IQ (anche transitoriamente), aggiunge che il maggior effetto di transfer della musica arriva probabilmente dal suonarla attivamente oltre che da continue esperienze di educazione musicale. Fare musica attiva, e non l'ascolto passivo, è la chiave per migliorare le capacità spazio-temporali (le più alte capacità matematiche sono richieste per questo tipo di ragionamento). Questo non vuol dire che non c'è un beneficio nell'ascolto passivo, ma semplicemente che ulteriori ricerche si sono focalizzate sulla partecipazione attiva. I ricercatori, che riuscirono a dimostrare "l'effetto Mozart", hanno infatti osservato altri effetti delle sessioni musicali sul ragionamento spaziale. Hanno lavorato con bambini in età prescolare (3-4 anni), divisi in 4 gruppi: lezione di pianoforte; lezione di canto; lezione di computer; nessuna lezione. Dopo 8 mesi di trattamento, i bambini sono stati testati nell'abilità di comporre puzzle (ragionamento spazio-temporale) e nella capacità di riconoscere forme (ragionamento spazio-ricognitivo). Si ottennero risultati affascinanti: solo i bambini che avevano ricevuto lezioni di pianoforte erano migliorati nei test spazio-temporali. E anche dopo il test successivo all'ultima lezione, continuarono a mostrare gli stessi  miglioramenti, perciò gli effetti duravano almeno per 24 ore. I test che misuravano le capacità spazio-ricognitive non mostrarono miglioramenti in nessuno dei gruppi di confronto (Rauscher F.H., Shaw G.L., Levine L.J., Wright E.L., Dennis W.R. and Newcomb R.L., Music training causes long-term enhancement of preschool children's spatial-temporal reasoning. Neurol. Res., 1997).
Nel 1993 venne pubblicato su Nature uno studio condotto su un gruppo di studenti di College dal quale risultava che nel 2004 i ricercatori dell'Università di Oshkosh, Wisconsin, nel corso del Simposio di Neuroscienze Cognitive tenutosi a San Francisco, hanno tentato di chiarire gli effetti stimolanti della musica mozartiana. Secondo la dott.ssa Rauscher, che ha coordinato gli studi, le note di Mozart potrebbero aiutare a rallentare gli effetti neurodegenerativi di malattie come Alzheimer o Parkinson. La musica incide sull'attività di geni che favoriscono la formazione di nuove connessioni tra neuroni (sinapsi), processo alla base della memorizzazione. Secondo quanto riferito al Simposio, l'ascolto di brani di Mozart, potrebbe aiutare a rallentare i sintomi nei malati di Alzheimer o in altri disturbi neurodegenerativi. Osservando i topi di laboratorio, i ricercatori statunitensi hanno scoperto che quelli esposti alla musica di Mozart (Sonata in re maggiore per 2 pianoforti), registravano una maggiore attività di alcuni geni, che si rifletteva sull'ippocampo. Ad essere 'solleticati' erano: il gene responsabile del fattore di crescita neurale (BDNF), il gene che rilascia una sostanza che favorisce l'apprendimento (funzioni cognitive) e la memoria (CREB) e il gene che produce la sinapsina I, una proteina che stimola la formazione di collegamenti tra neuroni. Tutto ciò non rende più intelligenti, ma aiuta il cervello a funzionare meglio e con maggiore rapidità. Pazienti con malattia di Alzhaimer hanno una prestazione migliore in attività spaziali e sociali dopo l'ascolto di Mozart mentre in gravi pazienti epilettici esso rallenta l'attività elettrica associata con attacchi, cosa che non succede con altri tipi di musica. 
Se Mozart è nei fatti una speciale forma di arricchimento o no, la sua presenza sta diventando sentita nella clinica dei pazienti affetti da una varietà di forme di malattie neurologiche o lesioni cerebrali.
Ulteriori ricerche e test devono essere fatti per verificare se e come la memoria e la musica possano interagire.