Norma, natura e conflitto

 

In una famosa lettera del 1° settembre 1831, Vincenzo Bellini scriveva a Giuditta Pasta per annunciarle la scelta del soggetto di una nuova opera, su libretto di Felice Romani; il grande soprano si trovava a Parigi, e aveva da poco assistito alla messa in scena della tragedia di Alexandre Soumet da cui il soggetto sarebbe stato tratto: Norma, rappresentata all'Odéon il 6 aprile 1831. In un passo della lettera si legge: "Spero che questo soggetto si trovi di vostro gusto: Romani lo crede di grande effetto e proprio pel vostro carattere enciclopedico, perché tale è quello di Norma". Bellini, compositore molto attento alla scelta dei propri soggetti, era pienamente cosciente della ricchezza di connotazioni e dell'amplissimo ventaglio di emozioni che il personaggio della druidessa era in grado di evocare nel pubblico europeo. Tutta una molteplicità di richiami letterari, poetici, e persino politici si intrecciavano infatti sotterraneamente nel corpo di questa tragedia, opera di un drammaturgo alla moda e ben consapevole delle richieste che la recente sensibilità romantica ispirava nel difficile pubblico parigino. Pur sfrondando azioni e personaggi, Romani ricalca il testo francese con relativa fedeltà: gran parte dei temi, delle atmosfere e delle situazioni del libretto sono già presenti tra le pagine della tragedia. Tuttavia, tra le numerose differenze tra libretto e tragedia, una che rivela delle implicazioni tutt'altro che secondarie è la scomparsa dalla vicenda di qualsiasi accenno al Cristianesimo.
Nel testo della tragedia Clotilde è la nutrice dei due figli segreti di Norma; la sua non appartenenza alla comunità dei Galli è sottolineata dalla fede cristiana, e i suoi dialoghi stemperano la "barbarie" degli altri personaggi e delle loro emozioni attraverso la fede nel "Dio degli afflitti". Tale omissione da parte di Romani potrebbe non essere motivata unicamente da considerazioni relative all'economia della trama, né da problemi di censura; la mancanza di una terza opzione accentua infatti una violenta polarità da cui l'intera partitura di Norma è pervasa. È la polarità tra due mondi, uno per così dire "mediterraneo", profondamente urbanizzato e solare, l'altro "nordico", notturno e misterioso, immerso in una natura onnipervasiva, simboleggiata dalla foresta druidica. Ogni riferimento di Pollione alla propria patria allude all'Urbe e alla luce; persino nel sogno, l'arrivo di Norma è legato all'oscurarsi del giorno, e la promessa che il proconsole fa ad Adalgisa è di un "ciel più puro e Dei migliori"; viceversa, il riferimento alla natura selvatica della foresta è presente in quasi ogni verso che i Galli intonano. Tale polarità esprime in maniera compiuta una delle caratteristiche salienti dello stile belliniano: quel conflitto tra forma neoclassica e tensione romantica che trova la sua espressione più compiuta proprio in Norma. È soprattutto nel Finale, invenzione autonoma rispetto a ogni precedente fonte, che si rivela l'importanza di questo contrasto, che diversi riferimenti poetici hanno nel frattempo tinto di violente allusioni politiche. Buona parte del secondo atto è caratterizzata infatti dal tentativo di Norma di punire l'infedeltà di Pollione attraverso una "vendetta trasversale", meditata prima nei confronti dei propri figli, poi dei Romani in generale, poi di Adalgisa; a sciogliere il nodo giungerà però un'autodenuncia: quel quasi sussurrato "son io", più vicino al cedimento di fronte all'ineluttabilità di un destino che a una presa di coscienza, subito accompagnato dalla confessione di essere colpevole "oltre ogni umana idea".
Ma di cosa si sente colpevole, Norma? Il delitto di cui ella si accusa non sembra essere la rottura dei voti che la legavano alla divinità druidica, né il tradimento del proprio popolo: la sua ascesa al rogo, a fianco di Pollione, somiglia troppo a un'apoteosi finale per denotare l'espiazione di un peccato. Il suo "fatale errore" è stato, viceversa, proprio l'avere ceduto alla tentazione di riparare con la violenza rivolta a terzi innocenti una frattura del tutto privata, facendosi coinvolgere in quello scontro a cui proprio il suo proibito amore per Pollione l'aveva sottratta. Non è un caso che tale improvvisa virata verso la personale autodeterminazione, così antiromantica e anticlassica insieme, coinvolga i due personaggi più reciprocamente lontani dell'opera. Da un lato Pollione, che solo in quel momento scopre il reale valore della scelta con cui Norma l'aveva amato, quella stessa scelta che spinse Medea - altra fonte importante dell'opera - a seguire Giasone: la disperata volontà di affermazione di sé, dei propri desideri e sentimenti al di sopra delle convenzioni sociali; dall'altro lato Oroveso, che per la prima volta in tutta l'opera si distacca dalla turba di guerrieri e sacerdoti che sempre lo aveva accompagnato. Mentre il coro balbetta le sue inutili e rancorose parole, due posizioni apparentemente inconciliabili sono dunque state coinvolte da un sublime e tragico colpo d'ala, capace di sollevare la ragione del cuore sulla vanità dell'odio e della morale comune.

 

Sergio Bestente (da www.sistemamusica.it)