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Passione secondo Matteo

 

«Possiamo ben immaginare che Bach fosse conscio di aver dato vita a un’opera irripetibile, di aver scavato nella natura del Cristo come se si fosse trattato di ispezionare, vivisezionandolo, il proprio intelletto e le proprie qualità morali». Poche battute del grandioso exordium del Coro d’apertura n. 1 sono più che sufficienti per farci capire quanto Alberto Basso abbia colto nel segno. La Matthäus-Passion BWV 244 non è solo la più esaltante delle grandi Kirchenmusiken bachiane. Appare oggi il simbolo d’una dimensione dello spirito, di una fondamentale attitudine della coscienza dell’uomo occidentale. E questo fin dai tempi della riscoperta berlinese di Mendelssohn l’11 marzo 1829, lo storico starting point della Bach-Renaissance.
A tutto questo probabilmente non pensava il Thomaskantor l’11 aprile 1727, allorché la prima versione di questa sua lettura del Passio risuonò nella Thomaskirche di Lipsia. Era Venerdì Santo. La preoccupazione di Bach era soprattutto quella di edificare i fedeli durante le quattro-cinque ore del servizio vespertino (predica a metà inclusa) tramite una Passionsmusik. Aveva optato per il genere della Passione oratoriale. In pratica, un mix di Vangelo (Mt 26, 1-75; 27, 1-66), di ventotto testi madrigalistici usciti dalla penna di Picander, al secolo Christian Friedrich Henrici (un prolifico verseggiatore a cui Bach amava attingere), e di dodici Kirchenlieder, corali armonizzati. Una normale Gebrauchsmusik, dunque, aveva in mente Bach, una musica d’ordinario utilizzo. Non certo un opus conclusum. Tant’è che, dovendola rieseguire nel 1729, nel 1736 e intorno al 1740, si sentì libero di apportare tutte le modifiche del caso.
Solo una agnitio per causas postuma ha portato a riconoscere in quest’opera le stimmate del capolavoro assoluto. Gli “indizi a carico” appaiono schiaccianti. Le calcolate simmetrie nella dispositio geometrica dei sessantotto numeri che la compongono. La varietà e la duttilità concertante dei recitativi, da quello “secco” dell’Evangelista a quello “arioso” del Cristo. Il loro eccezionale vigore espressivo, la loro pregnanza simbolica. Il melos ammaliante delle dodici arie solistiche, esaltato da geniali intuizioni timbriche nella scelta dell’accompagnamento strumentale obbligato. La veemenza espressionista dei diciannove interventi lapidari della turba. Il recupero della tecnica veneziana dei cori battenti o spezzati, con il risultato di rilanciare lo stile mottettistico a un livello sublime e vertiginoso di elaborazione contrappuntistica. La scelta di fare del Corale l’elemento di coesione, il legante strutturale dell’architettura dell’intera Passionsmusik. L’utilizzo sottilissimo di tutti gli artifici della retorica musicale (in ossequio all’Affektenlehre) tanto nell’elaboratio d’insieme di ogni singolo numero, quanto nella decoratio, nella cesellatura dei dettagli, dalla catachresis (non risoluzione) dell’Aria della flagellazione n. 51 alla suspiratio dell’Aria n. 57, ai saltus duriusculi (dissonanti) dell’Aria n. 23. Il verdetto finale, insomma, non poteva che essere scontato.
Non continuiamo, però, a nasconderci dietro il dito delle piacevolezze della Matthäus-Passion. Dietro cotanta musica c’è un pensiero vigoroso e nitido. Il confronto con esso potrebbe risultare spiacevole. Sì, perché l’indice di Bach appare puntato dritto contro la pretesa della nostra società di chiudere le porte al confronto con l’Assoluto, di ridurre l’esperienza religiosa alla sfera del privato, di bandire la parola stessa di peccato (e quindi ipso facto il concetto di redenzione), alla vacuità del concetto di “laicità” dietro cui molti amano barricarsi. E il suo j’accuse non ha certo la relatività di un’opinione qualsiasi, bensì la forza schiacciante del sublime attinto dalle sue note.

 

Angelo Chiarle (da www.sistemamusica.it)