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Perché amare Beethoven

 

«La musica non è un lusso, ma un bisogno primario» dichiarava qualche tempo fa il neo-direttore dei Berliner Philharmoniker, Simon Rattle, che indubbiamente ha un’idea di musica estensiva ma pur sempre centrata attorno a quella che, in mancanza di un termine migliore, continuiamo a chiamare classica. E forse non troviamo un termine migliore perché la musica classica in senso stretto, lo stile classico incarnato nella produzione di Haydn, Mozart e Beethoven, è il centro, il cuore tuttora vivo e pulsante di quell’idea di musica. Il suono delle nostre orchestre si forma e si plasma sulle Sinfonie di Beethoven; tendiamo, magari sbagliando, ma è quasi inevitabile, a sentire nella musica precedente qualcosa che irresistibilmente ci conduce lì, a quel punto di miracoloso equilibrio, e poi a sentire la successiva come una germinazione di quelle pagine. Lì ci pare di incontrare quell’unità di bellezza e verità che Keats riassume mirabilmente in un verso poetico, Beauty is truth, truth beauty / that is all ye know on earth and all ye need to know, e che sottende tanta parte dell’arte occidentale.
Beethoven in realtà, come già Mozart, sapeva bene che la verità non è ornamento e non desiderava sempre un suono “bello” nel senso banale del termine. Lo sa certo Daniel Harding, che si cimenta con due Sinfonie che non sono le più celebri fra quelle beethoveniane, ma che son quelle che ha amato ed eseguito di più Carlos Kleiber, le cui incisioni sono oramai, a loro volta, un classico, da ritrovare, riascoltare, ricomprendere innumerevoli volte. Con l’obbligo di resistere al riflesso di toccare la manopola del volume: Kleiber utilizza per intero lo spazio dinamico, da un pianissimo esile come un soffio al fortissimo che è gioiosa esplosione di massa sonora. Con gestualità diversa, idee diverse, energie diverse, anche Harding ha uno strepitoso controllo della dinamica come di ogni altro mezzo musicale che costruisce tensione e attenzione. E con quel controllo e quelle idee cerca il punto che congiunge in Beethoven bellezza e verità. Perché quel connubio non è dato, immobile, una volta per tutte. Al contrario, è necessario battersi ogni giorno per ritrovare quella coincidenza. Lì la musica non è un lusso, ma un bisogno primario. Lì la musica di Beethoven possiede quella potenza di incarnare la nostra civiltà che ben coglie l’anonima giovane autrice di uno stupefacente diario della dissoluzione della Germania nella primavera del 1945, Una donna a Berlino: torna infine l’elettricità, torna la radio e con essa la musica di Beethoven, bellezza e verità fra i cumuli di macerie morali e materiali. Lei spegne, è troppo.

 

Gaia Varon (da www.sistemamusica.it)