Perché i Carmina Burana sono l’icona della musica classica?

 

Bisognerebbe chiederlo a un pubblicitario. I pubblicitari sono bravissimi a spremere e concentrare il succo del senso comune. Un brandy deve (nonostante molti indizi contrari) connotare prestigio? Illustriamolo con il “tutti” del Concerto per violino di Tchajkovskij: difficile immaginarsi un’occasione più lussuosa. Un amarissimo fa benissimo? La sferzata del Coriolano è un pugno – benefico! – nello stomaco. Bisogna annunciare il cofanetto delle Sinfonie di Beethoven dirette da Bernstein? Via con i ritagli: ed ecco la voce dell’annunciatore che chiama il direttore confidenzialmente Lenny (come si permette?), mentre in sottofondo la musica snocciola con tempestività i punti salienti, quelli che sanno tutti, e alla fine (ci credereste?) c’è un finale! Forse potrebbe venirci in soccorso Alfred Hitchcock, per quella sua annotazione secondo la quale il cinema sarebbe come la vita, ma senza le parti noiose. Anche la musica è piena di parti noiose. Non tutta la musica, ma musiche di ogni genere, e spesso quelle che piacciono a coloro che se ne dicono amanti. Le amano per masochismo, allora? Come chiamarlo, del resto, quel piacere che nasce dal dispiegarsi di uno sviluppo, dall’accumulo delle variazioni, dalla percezione dello svolgersi inesorabile di un progetto, o semplicemente dal ritardo di una soddisfazione, dalla delectatio morosa, dalla privazione di ciò che abbiamo amato? È un gusto inconfondibile. Poi, come i sapori in senso proprio, può essere concentrato o diluito, svolto nella brevissima eternità di una bagatella di Webern o nell’attimo interminabile di un adagio di Mahler, in uno scat velocissimo di Ella Fitzgerald o in mezz’ora di arabeschi di Umm Kalthum. Ma, se l’idea di Hitchcock non è sbagliata, deve essere possibile anche una musica “senza le parti noiose”: una musica di episodi salienti, di immediato impatto pubblicitario. Non è difficile trovarne, in tutti i generi. Orff, per varie ragioni, se ne intendeva. Insieme ai musicisti del Gruppo di Francoforte (niente a che vedere con Adorno) cercò di dare una risposta ai problemi sollevati da quella che i nazisti chiamavano musica “degenerata”: una musica alla quale evidentemente piaceva tormentarsi nella perdita delle certezze, nella lacerazione del linguaggio. Senza perdere tempo a dimostrare che quei problemi di linguaggio fossero illusori e pericolosi, come piaceva fare ai critici di regime, Orff agì da musicista colto ma pragmatico. Mise la sua conoscenza della musica antica al servizio di un’estetica antidialettica, di uno stile statico, fascinoso nel suo primitivismo di quinte parallele e di ritmi scanditi. Dove non arrivò con i cori scritti per le Olimpiadi di Berlino del 1936, giunse invece con i Carmina Burana del 1937. L’essenza della pubblicità, l’evidenza atemporale della “parola musicale”, del musema depurato dalla sua sintassi: il coro che sillaba a gran voce, il clangore orchestrale, le campane, i timpani, i piatti. Tutto un gran finale, già all’inizio. Il senso comune della sonorità “classica” spremuto e concentrato. Dovendo scegliere tra nazismo e pubblicità (se proprio si deve), molto meglio la seconda. Lo fece anche Orff, in un certo senso.

 

Franco Fabbri (da www.sistemamusica.it)