Piazzolla e lo spirito del tango

 

Siamo nel 1932. La febbre del tango è al suo massimo. Un'invasione di melodrammatici filmetti girati dai divi della canzone argentina aveva contribuito a diffondere il contagio alle platee di tutto il mondo. A New York si gira l'ennesima di queste pellicole musicali a misura di botteghino. Sul set la star protagonista decide di improvvisare un tango e chiede al ragazzino undicenne di origini argentine che fa la comparsa se è in grado di accompagnarlo. Il piccolo si lancia, stringe i denti e riesce ad arrivare alla fine. Il cantante, visibilmente soddisfatto più della propria magnanimità che dell'effettivo risultato, lo ringrazia e si congratula con un commento agrodolce: "Pibe, vos tocas el bandoneòn como un gallego…". Ovvero: "Ragazzo, suoni il bandoneòn come uno spagnolo", e cioè non con quello spirito che un argentino che si rispetti dovrebbe avere nel sangue e portare ovunque con sé. A prenderla bene, è un po' come dire a un brasiliano che samba come un portoghese. Ma per capire meglio, è necessario svelare altri dettagli della scena. Intanto, il divo in questione era nientemeno che l'immortale Carlos Gardel e, con quella voce di velluto e quella dizione da languido viveur, qualunque offesa sarebbe suonata come un complimento. E poi, il giovane bandoneista improvvisato altri non era se non Astor Piazzolla, che, cresciuto nell'East Village a suon di risse per strada e milonghe in famiglia, era stato spedito sul set a caccia di autografi dal padre barbiere e dilettante di fisarmonica, fan sfegatato di Gardel. Con il suo fiuto d'artista, Gardel aveva già capito tutto. Da quelle poche note suonate dal bambino aveva intuito che la vera scommessa del futuro musicista sarebbe stata quella di mettere insieme il gallego col porteño, di unire tradizione colta e patrimonio popolare, Europa e Argentina, profetizzando in una battuta il tormentato percorso di contaminazione che porterà allo stile unico di Piazzolla. La rivoluzione di Piazzolla scoppia nel 1955. Ormai è un musicista completo: a Buenos Aires ha studiato composizione con Alberto Ginastera e suonato a fianco del grande bandoneista Anìbal Troilo, a Parigi è stato allievo di Nadia Boulanger e vorace assimilatore di tutte le avanguardie musicali. Il suo Octeto de Buenos Aires, fondato al rientro in Argentina, segna a parere unanime la nascita del tango moderno. Ritmi di 3/4 o 6/8, estranei al 4/4 del tango, entrate sfalsate di contrabbasso e pianoforte, sfruttamento di ogni possibilità dell'armonia e del contrappunto, politonalità, scale modali e perfino momenti di musica aleatoria. La provocazione di Piazzolla è chiara: reinterpretare i grandi tanghi della tradizione alla luce di tutto quello che fino ad allora era stato fatto in campo musicale. Altrettanto chiara è la reazione degli aficionados del bel tango: il complesso sarà costretto a sciogliersi, in attesa di poter riproporre la propria musica a un pubblico più aperto e in uno scenario politico meno reazionario di quello degli anni Cinquanta. Piazzolla lascia l'America Latina per New York, dove resta due anni. Al suo ritorno nel Sessanta il tango si risveglia nuovamente e stavolta si riscopre incrociato al jazz. La chitarra elettrica entra stabilmente nell'organico prescelto per il suo Quinteto Nuevo Tango, il più leggendario ensemble della sua carriera. Piazzolla continuerà il suo cammino di instancabile sperimentatore per più di un ventennio, tra aspre polemiche e successi incondizionati, collaborando con i maggiori solisti di tutti i generi musicali e dando vita a complessi sempre più acclamati: il Conjunto 9 nel '71, l'Octeto electronico nel '76, il secondo quintetto nel '78 diventato Quinteto de Tango Contemporàneo. Ormai la strada era aperta. L'idea che quella danza nata nei sobborghi di Buenos Aires e Montevideo fosse qualcosa di più che una manifestazione di folclore locale, che lo sradicamento dei poveri immigrati senza prospettive di inizio secolo non fosse poi così lontano dal senso di spaesamento dell'uomo moderno, che, insomma, il tango fosse una condizione esistenziale e non un chiuso genere musicale si era rivelata un'idea vincente. Il ragazzino che a undici anni suonava ancora come un gallego aveva vinto la sua scommessa.

 

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