Prokofiev, luogotenente dell’immaginazione

 

Nel decimo anniversario della morte di Franz Kafka, Walter Benjamin gli dedicò un saggio che si apre con un apologo, una leggenda, forse, riferita alla figura di Potëmkin, cancelliere dell'Impero russo. «Si narra» esordisce Benjamin «che Potëmkin soffriva di depressioni ricorrenti, periodi nei quali era inavvicinabile e rimaneva chiuso nella sua stanza senza che si potesse neppure parlare del suo stato, dato che questo rattristava l'imperatrice Caterina. Una di queste depressioni durò particolarmente a lungo», tanto che «negli uffici si accumulavano gli atti che era impossibile sbrigare senza la firma di Potëmkin». Fu uno scrivano, un impiegato di basso rango, a prendere l'iniziativa che nessuno osava pensare. Si chiamava Suvalkin. Dopo aver preso dagli altri funzionari tutti gli atti in attesa della firma, Suvalkin si diresse per gallerie e corridoi sino alla stanza di Potëmkin: «senza bussare, senza neppure fermarsi, abbassò la maniglia», entrò e trovò Potëmkin seduto sul letto, in vestaglia, a rosicchiarsi le unghie. Suvalkin non si scompose, si avvicinò alla scrivania, immerse la penna nell'inchiostro e la mise in mano a Potëmkin senza dire una parola. Il cancelliere, dopo aver gettato appena uno sguardo sul piccolo impiegato, che conosceva, iniziò a firmare le pratiche a una a una, automaticamente, «come in sogno», fino a che Suvalkin, con il fascicolo di tutti gli atti firmati, uscì trionfante dalla stanza. «I consiglieri gli si precipitarono incontro strappandogli di mano le carte. Si chinarono su di esse trattenendo il respiro; nessuno disse una parola; rimasero tutti impietriti». Nella costernazione generale, anche l'impiegato dovette arrendersi all'evidenza: «un atto dopo l'altro era firmato Suvalkin, Suvalkin, Suvalkin…».
Questa storia – una «staffetta», secondo Benjamin, che «precorre di due secoli l'opera di Kafka» – ha una stretta parentela con la vicenda del Luogotenente Kijé, spesso indicata come un caso umoristico di narrazione surreale, in realtà molto più simile a quelle enigmatiche messe in scena del potere astratto, burocratico, impersonale, che sono l'ambiente d'elezione degli scritti kafkiani. Per l'impossibilità di riconoscere un errore dello zar, una lettera K da lui scritta su un documento di stato destinato agli ufficiali dell'esercito e letta come sillaba "Ki" provoca la nascita di un fittizio luogotenente del quale, da allora in poi, la burocrazia costruisce l'intera biografia: dalla nascita agli amori, dalle gesta in battaglia alle promozioni di grado, sino all'epilogo della morte e del grottesco funerale. Oltre ai paradossi del mondo kafkiano, si può vedere nella storia del Luogotenente Kijé anche una metafora della letteratura, capace di far vivere personaggi di finzione. Da questo punto di vista, la storia di Kijé è come un archetipo di tutti i personaggi di romanzo, e la sua vita come una trama che contiene, in potenza, tutte le trame e le situazioni letterarie. Prokofiev doveva averlo ben presente, visto che scrivendo il commento sonoro all'omonimo film di Fejncimmer (1933), basato su un racconto di Yury Tynianov, immagina per ogni momento della storia una musica non meno archetipica: il mondo militare ritratto attraverso strumenti idiomatici come pifferi, tamburi e cornetta; i sentimenti d'amore evocati da un motivo languido; il matrimonio, i paesaggi russi e persino il funerale delineati con l'evidenza di suoni inconfondibili, tanto diretta è l'associazione fra le nostre abitudini all'ascolto e ciò a cui la musica allude. In questa forma di stilizzazione del tipico, Prokofiev dà prova del suo genio creando melodie di grande efficacia e percorsi armonici finemente elaborati. Ma la sua idea sembra essere quella di mettere in mostra la grammatica e la sintassi di tutte le espressioni musicali, così che se la narrazione del Luogotenente Kijé è una metafora del racconto di finzione, la musica di Prokofiev lo è per il lavoro dell'immaginazione musicale.

 

Stefano Catucci (da www.sistemamusica.it)