Proviamo a vendere la poesia?

 

Due parole sull'editoria di poesia in Italia: se pur è certo (e credetemi, lo è) che oggi i nuovi poeti italiani sono tra i migliori nel mondo, è altrettanto sicuro che, in Italia, pochi lo sanno.
La ragione di tutto ciò è che in Italia non esiste, in realtà, un'editoria di poesia e quel poco che c'è, a livello di grande distribuzione, è, per dirla con elegante metafora, 'terra del Sacramento', possedimento feudale, che da decenni ormai si ostina ad ignorare la gran parte di quanto di nuovo e valido accade nel Bel Paese.
«La poesia non vende, non ha mai venduto»: questo è quel che si dice. Ma, se è verissimo che un genere come la poesia non può certo ambire all'audience di bestseller alla Coelho, o alla Allende, allora sembrerebbe ragionevole, visti i desolanti risultati, chiudere le collezioni, o aprirle a nomi, forme, media nuovi e verificare, con marketing accorto ed efficace, se la faccenda muta, anche perché, non solo la poesia vende poco, ma, qui da noi, riesce addirittura a vendere meno di quel minimo che vende un po' dappertutto nel mondo e che le permette di sopravvivere più o meno dignitosamente. Invece no, siccome la poesia non vende, tanto vale lasciar tutto come sta, continuare a pubblicare qualcosa che già si sa che pochissimi compreranno, scelto esclusivamente in base al tasso d'anodinità posseduto dai testi, quasi che lo scopo fosse quello di disturbare il meno possibile il sonno terminale di quel cadavere squisito che certi signori chiamano poesia italiana contemporanea…
Nasce da questo la schizofrenia della nostra cronaca (e già quasi storia) poetica degli ultimi vent'anni, con i giudizi critici che spesso smentiscono clamorosamente e massicciamente la maggior parte delle (invero sparute) scelte editoriali? E' questa la ragione della schizofrenia di una nazione in cui ormai ci sono festival di poesia un po' dappertutto, ma in cui chi conta a livello di scelte e politiche editoriali ancora fatica a convincersi che il libro non è più il medium esclusivo di un'arte così mutevole, veloce, duratura come la poesia?
Il risultato di tutto ciò è che stiamo permettendo che la noncuranza farisea di certa editoria infeudata ed arretrata, rendendola invisibile, sopprima una generazione di nuovi, splendidi poeti, coraggiosi, capaci di sperimentare nuove forme e media, nuovi linguaggi, di interpretare con acutezza il nostro presente e che, oltretutto, potrebbero - con buona probabilità - ambire ad un target ben più vasto di tanti loro, pubblicatissimi, colleghi. Perché è questo quello che più mi lascia perplesso: sentirmi dire che, se non c'è spazio per la poesia nuova in Italia, è solo perché nessuno la comprerebbe. Peccato che, sinora, nessuno abbia provato, seriamente, a venderla.