Puccini prima di Puccini

 

Quando si parla di "lavori giovanili" si pensa a una materia informe che sta per costituirsi e che soltanto dietro un'attenta analisi rivela i tratti di una fisionomia a noi familiare. È un'idea che ci viene nell'approccio con l'inedito – o con il meno noto – soprattutto quando ci vengono proposti, come nel concerto pucciniano dell'Accademia «Stefano Tempia», pagine sinfoniche di autori che quasi identifichiamo con la loro opera. Immaginiamo lo studente, il giovane che pone mano alle prime imprese, e il contesto: l'ardore, il dubbio, la consapevolezza, il terreno altrui, il proprio, la lectio, l'originalità e il sentore di un orizzonte ancora tutto da venire. Inevitabilmente in quella dimensione proiettiamo il futuro del nostro compositore: ciò che farà, ciò che sarà, ciò che rappresenterà. Un percorso logico ma non infallibile. Un Puccini sinfonico tout court assume un che di capzioso, di primordiale, di incompleto; i suoi lavori appaiono come una germinazione spontanea che stranamente stentiamo a riconoscere. Eppure il sinfonismo pucciniano lo conosciamo bene, filtrato certo, "infiltrato" tra i pentagrammi delle sue opere. Non sarà difficile scoprirlo come non sarà difficile amarlo. I suoi primi gesti in musica sono un tratto del suo pennello, un tassello del mosaico. Il nostro vantaggio è ricostituirne la storia a posteriori. Sono pagine – scritte fra i diciotto e i ventiquattro anni – capaci di vita propria, illuminate da un'abile strumentazione e temprate da una spiccata sensibilità timbrica.
Il Preludio sinfonico, scritto nel 1876, rivela senza riserve le vaste doti pittoriche del futuro padre di "eroine" – Manon, Mimì e Tosca – e la voluttuosa capacità di trascolorare dal gigantismo orchestrale fino alle più terse linee melodiche debussiane con cifre pressoché uguali a distanza di decenni. Gli anni immediatamente a seguire videro sul fronte sacro il Mottetto e Credo in onore di San Paolino e il Salve del ciel regina per soprano e armonium, e sul fronte patriottico la cantata I figli d'Italia bella. L'esperienza successiva fu il Capriccio sinfonico, saggio di diploma realizzato nel 1882, a Milano, alla scuola di Bazzini e Ponchielli, diretto da Franco Faccio alla guida dell'Orchestra del Conservatorio e proposto altre due volte a Torino con successo pieno. Fu proprio questa seconda incursione sinfonica, che palesava un'eco wagneriana, a smuovere una più determinata evoluzione in senso drammatico: immediati all'ascolto sono i rimandi a temi della Bohème e di Madama Butterfly. Entrambi i lavori mostrano l'ingegno formale di Puccini intraprendente sinfonista, ma con il mirino del cuore già puntato verso l'opera, e denunciano un'inventiva, sul piano melodico-timbrico, sconosciuta a molti degli operisti che tentavano la via del genere sinfonico.
Ma la migliore composizione, al di fuori della produzione operistica, è la Messa a quattro voci con orchestra (del 1880), un lavoro voluminoso, ricco di splendide pagine corali, portato alla luce a Lucca, nel secondo dopoguerra, da fra Dante del Fiorentino che le conferì il titolo di Messa di Gloria. I brani dell'ordinario liturgico avevano da sempre acceso la fantasia degli operisti, i quali vi individuavano un evidente principio rappresentativo (dallo Stabat Mater di Pergolesi alla Messa da Requiem di Verdi). Nel misticismo pucciniano si ravvisa una matrice profana indelebile, una passionalità carnale calata nel sentimento del sacro. Si pensi a Suor Angelica o al Te Deum nella Tosca. Si alternano eleganza e pastosità cromatiche, fini calibrature timbriche e spessore melodico, liricità corposa e colore metafisico. In questa prospettiva si leggano l'attacco marziale del Gloria come il tema iniziale del Credo, e tuttavia non mancano alcune caratteristiche specifiche dello stile sacro, come nel Kyrie un elegante contrappunto corale a quattro parti in stile osservato. Proprio i temi del Kyrie torneranno nella scena della Chiesa nell'Edgar mentre l'Agnus dei sarà nel II atto della Manon. Ritorni di temi a parte, l'opera è piena di spunti che manifestano la fantasia di un talento proteso verso il teatro. Puccini attraverso la materia ecclesiastica cesellò il proprio linguaggio ed esercitò l'istinto naturale per l'opera e attraverso l'opera giunse a dominare l'orchestra da sinfonista, creando nuove forme e manipolando le strutture ereditate dalla tradizione mitteleuropea, saturandole di arditi procedimenti armonici. Un'eredità rimasta cara a tutto il Novecento.

 

Monica Luccicano (da www.sistemamusica.it)