Questione di colore

 

Quando uno ascoltava Falla ascoltava la Spagna. Quella vera. Stando attento, nella sua musica trovava: i modi greci nell'interpretazione arabizzata, l'assimilazione dell'equivoco maggiore/minore, l'enarmonia come processo per la modulazione, frequenti intervalli di seconda eccedente, cadenze orientali, un uso quasi ossessivo di appoggiature superiori e inferiori e l'abbellimento finale di rigore. Cioè tutto ciò che per noi "è" il suono della Spagna.
Non che Falla mettesse in partitura melodie popolari o ritornelli rubati al folklore: li conosceva, li aveva raccolti, studiati, verosimilmente ne era innamorato, ma poi li abbandonava per inventarsi la propria musica. Esattamente come faceva Bartók: ricreava, non copiava, e nel Sombrero de tres picos c'è soltanto una melodia non originale, un canto che Diaghilev - quello dei Ballets russes - aveva ascoltato da un mendicante e gli aveva chiesto di inserire nel balletto che gli stava commissionando. Il resto è suo, anche se suona nazional-popolare, anche se ha davvero l'aria del condensato di folklore spagnolo.
Lalo che compone la sua Symphonie espagnole, invece, la Spagna la sfiora soltanto. Nel senso che la sua musica lì acquista un profumo, un accento che suggeriscono l'ispirazione iberica, ma la materia di cui è fatta non è di matrice spagnola. E non tanto perché lui era francese (con antenati spagnoli emigrati nelle Fiandre nel Settecento…): perché mentre Falla contribuisce a fondare una musica nazionale, Lalo quarant'anni prima lavorava al proprio catalogo fatto di melodie fascinose e raffinatezze cameristiche. Molto più semplicemente: la Symphonie espagnole (che è poi un concerto per violino sotto mentite spoglie) era stata scritta per Pablo de Sarasate, il mitico virtuoso, e dunque l'omaggio alla Spagna aveva una sua ragione d'essere spicciola. Poi, compositore abilissimo, Lalo sapeva sfruttare bene il colore "esotico": nel primo movimento salta fuori una malagueña, il secondo è in ritmo di seguidilla, l'intermezzo è una habanera e così via; ma non è difficile accorgersi del fatto che quella è musica che spagnoleggia con garbo, che ammicca, fa vedere che il Maestro si è documentato prima di affrescare, ma è musica che rimane estranea al suono della Spagna.
Non è difficile accorgersene anche perché Lalo schiera un'orchestra che avvolge il violinista, un'orchestra che si muove tranquillamente, che non fa molto per richiamare il sound iberico; un'orchestra che ha la sua importanza, oltre tutto, tanto che la definizione di "sinfonia" anziché quella di "concerto" serve a sottolinearlo, a marcare il peso della parte collettiva vicino a quella del solista. E l'orchestra, nella Symphonie espagnole, suona alla francese, con grazia, con leggerezze di pizzicati e staccatini, al massimo con romantici corali post-wagneriani ma lontana, lontanissima dai colori indiavolati che si ascoltano quando - con Falla sul leggio - le Suites dal Sombrero de tres picos fanno scatenare ogni sorta di arabesco timbrico.

 

Da www.sistemamusica.it