Requiem: il fascino dell'Apocalisse

 

La nostra morte è unica, come la vita che viviamo. Diversamente dalle altre morti, essa sconvolge il mondo.
La morte dell'altro è oggetto di analisi: m'inchino di fronte al letto dell'estinto come un perito di medicina legale, osservo un fenomeno, non partecipo a una tragedia, affronto il problema, ma non ne colgo il mistero. È come se la mente si dividesse in due: una partecipazione sincera e un'altrettanto vera indifferenza.
Le morti degli altri rimbalzano sulle nostre vite senza scalfirci, a ricordare le reciproche solitudini, se non quando ci si trova rispecchiati in un'idea - perché affini per spirito -, o in un carattere, - perché padre o madre o fratello. Allora, ci avvicina un sentimento di comune predestinazione. Che ci impedisce di fonderci, tuttavia. Suonano oscene quelle espressioni come "noi uomini", "noi mamme": non consolano come pretenderebbero, ma schiacciano le fantasie, i gesti di ciascuno, facendo della vita di molti un indistinto cumulo di resti. Nei momenti estremi sta la dimostrazione di quanto sia impossibile omologarsi.
Immagino ogni singolo prigioniero di un lager impegnato in un soliloquio, senza alcuna volontà né forza di cantare in coro: tocca all'aria odorosa di morte raccogliere ogni voce in un unico salmo.
La musica e il canto, più delle parole, si avvicinano al punto in cui sono spente le reminescenze del passato e insieme le prospettive future. L'arte che manipola e organizza il tempo inevitabilmente subisce il fascino proveniente dal confine tra temporalità e atemporalità. Ma si ferma un momento prima: l'istante della nullificazione è proprietà del sacro silenzio, nessun inno di vittoria, né alcuna lamentazione per la sconfitta.
Non resta che meditare sull'"appena prima" o il "subito dopo".
"Appena prima" c'è la storia, e la musica adatta per narrarla è un Requiem: tutto il mondo è fatto di molteplici variazioni su un tema funebre. E il Verdi ormai maturo cerca nella storia del suo popolo un artista gemello, nel quale vedere riflesse le emozioni che quel tema suscita in lui. Lo trova, in un primo momento, in Rossini, il musicista di teatro per eccellenza del passato prossimo. Poi in Manzoni, venerato monumento di un'epoca di tormenti e fervore, ma soprattutto poeta, tanto sapiente nel dar voce a un moto di popolo come raffinato nel tratteggiare miniature di personaggi e intimi stati d'animo. Proprio come il compositore di Busseto nelle opere che compone. Questo è il "prossimo", così vicino in spirito a tal punto che percepisce quella morte come la sua. Nel memoriale della scomparsa di Manzoni, Verdi divina quindi la sua stessa fine. Vista ante mortem, come direbbe Massimo Mila, "appena prima" che le faccende dell'umanità si arrestino, nel pieno vortice di ribellione che un animo laico come il suo oppone all'ineluttabilità della sofferenza.
Per il "subito dopo" occorrerebbe descrivere invece il nulla o un'entità altra in cui si professa fede. La messa funebre scritta da un uomo dell'Ottocento già secolarizzato, forte di conquiste culturali e scientifiche non emana spirito trascendente, può cantare la morte di ciascuno di noi solo anticipando una messinscena del nostro funerale, quello che tutti noi abbiamo immaginato di vedere: una tempesta di passione e disorientamento, un brulichio di folla, per un attimo sincronizzata su un rituale solenne e poi subito dispersa. Ci fa guardare il mondo sconvolto dalla nostra estinzione.
È naturale subire il fascino dell'apocalisse, normale restare stregati dall'affresco del Giudizio Universale, poiché l'annullamento della storia di ognuno coincide con il precipitare del genere umano che è inesistente per chi non può più vedere, toccare, annusare, gustare. La nostra vita è indispensabile per la sopravvivenza degli altri ai nostri occhi, l'addio di ciascuno di noi al consorzio dei simili è un'apocalisse.
Questo m'immagino ascoltando il Requiem verdiano, coinvolgente, emozionante, anche se alla fine lascia un'ombra di inappagamento. In questo dramma crudele mi sembra che angeli e demoni siano di cartapesta e combattano con spade di stagnola; che il fuoco sia un'imponente macchia di colore, ma non bruci; che le trombe anticipino l'ingresso di un re e non del giudizio divino; che gli scenari siano scomposti in pannelli, come le quinte di un teatro. Che l'ira di Dio sia troppo simile alla rabbia incontenibile di un capo guerriero.
Non vorrei che il mistero di sorella morte, mentre sul proscenio è in allestimento la sua furia devastante, attendesse fuori, comodamente seduto su una poltroncina del foyer.

 

Gianni Nuti (da www.sistemamusica.it)