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Richard Strauss

 

Richard Strauss nasce a Monaco nel 1864.
Figlio di un eminente cornista che lo avviò fin dall'età di quattro anni allo studio della musica, Strauss cominciò la carriera di direttore a ventun anni, e per gran parte della sua vita guidò orchestre importanti nei maggiori teatri lirici in Germania e in Austria. Dopo l'avvento del nazismo, fu dal 1933 al 1935 capo onorario dell'ufficio musicale del Terzo Reich. Le opere di Strauss vengono solitamente divise in tre periodi: una prima fase iniziale, gli anni contraddistinti dalla produzione di poemi sinfonici, il periodo dedicato prevalentemente alla composizione di opere liriche.
Nella sua generosità la natura aveva accordato a Richard Strauss un orecchio musicale eccezionale. Come se non bastasse, l'aveva anche fornito di un fiuto per il successo a dir poco infallibile. Presentendo i gusti del pubblico con la precisione di un rabdomante, era infatti in grado di disporre tempi, interpreti e luoghi per le sue prime esecuzioni con la stessa sicurezza con cui sapeva prevedere l'effetto delle sue orchestrazioni, redatte senza ripensamenti e rigorosamente a tavolino. Il suo insostituibile librettista Hugo von Hofmannstahl gli era di gran lunga superiore nel dare ai lavori coerenza drammatica e unità stilistica, ma per tutti quegli altri aspetti pratici che fanno il mondo dell'Opera, era la persona meno indicata. La coppia, così bene assortita, aveva trovato quello speciale segreto di fabbrica che, grazie a continui compromessi con le reciproche esigenze, riusciva a trasformare tutti i loro sforzi in prodotti di immediato successo. Fino alla prima dell'Arianna a Nasso.
Quel 25 ottobre del 1912 al Teatro di corte di Stoccarda tutto era stato pianificato con largo anticipo. La nuova opera era quanto mai ardita e la sua fattura troppo raffinata perché si potesse lasciare qualcosa all'improvvisazione. Si trattava di fondere in un unico lavoro il Borghese gentiluomo di Molière, ridotto in due atti da Hofmannstahl e con musiche di scena di Strauss, insieme con un'opera vera e propria, scritta in un curioso tentativo di unire lo spirito della commedia dell'arte con il dramma mitologico, appunto l'Arianna a Nasso. Quest'ultima avrebbe preso il posto della turcheria con cui terminava l'originale di Molière e, al fine di rendere l'innesto meno traumatico, Hofmannstahl aveva preparato un prologo di collegamento tutto recitato.
Il pubblico non colse tutte le sfumature e con il succedersi delle repliche si rese sempre più chiaro che quell'ibrido teatrale di prosa e musica assoluta, che Strauss chiamava il bell'ermafrodito, necessitava di un serio ripensamento.
Fu così che si decise di operare, di amputare separando le due membra della sfortunata creatura. L'Arianna se la cavò con un nuovo prologo, questa volta interamente musicato - e che musica! - e ripartì presto in questa nuova veste a godersi il meritato successo in giro per l'Europa.
La convalescenza del Borghese gentiluomo fu più travagliata e si dovette aspettare il 1918 per vederlo finalmente camminare con le proprie gambe. Hofmannstahl riprese in mano il testo di Molière e ne ricavò una versione in tre atti, turcheria inclusa, e Strauss aggiunse altri numeri e alcune modifiche alle musiche di scena già scritte. Le lettere scambiate tra i due in questo periodo sono tra le più tese di tutto il loro carteggio, il che ci dice della difficoltà, e anche dell'insofferenza, che incontravano nel cercare un soddisfacente equilibrio per il soggetto. Dopo la prima esecuzione nel teatro berlinese dei Reinhardt, Strauss decise infine di ricavarne una suite orchestrale indipendente ed è perlopiù sotto questa forma che il lavoro è conosciuto al pubblico di oggi.
La scelta per la suite cadde soprattutto sui brani composti nel 1911 per la prima rappresentazione, ma al centro del lavoro sono incastonati tre gioielli che risalgono al rimaneggiamento successivo: un minuetto, una corrente e una sarabanda che sono dei calchi condotti con una tale leggerezza e allo stesso tempo con una devozione così sentita che le danze originali di Lully non avrebbero potuto meritare omaggio migliore. Nel clima di nervosa parodia che contraddistingue il resto dell'opera, e a tratti fa già pensare al Pulcinella di Stravinskij, questi tre numeri, quasi il sancta sanctorum di tutta la composizione, interrompono lo scorrere profano del tempo in un'oasi di reverente contemplazione, come un'improvvisa rivelazione interiore. Tutt'intorno è il solito geniale cocktail di invenzione e maestria musicale: a cominciare dal pianoforte previsto nell'organico, impacciato nel ruolo di clavicembalo tanto quanto il borghese Jourdain nei panni di aristocratico, per finire con il rocambolesco dîner così infarcito di gustose citazioni. Tutto straordinario, ma già sentito nel grande Strauss istrione e beffardo dei poemi sinfonici. Alle prime note del minuetto di Lully, invece, siamo di colpo proiettati nel mondo storicizzato dello Strauss maturo, quello degli omaggi a Couperin e al civile Settecento e ormai rifugiatosi nella serena inattualità della sua ultima stagione creativa.
Sotto questa luce anche il personaggio inventato da Molière si arricchisce di un'inattesa profondità. Non è più solo un ridicolo parvenu ma un uomo identificatosi a tal punto con gli alti ideali della nobiltà, con il coraggio, l'onestà, la socievolezza e l'amore per le arti, da non rendersi conto della contraddizione con la realtà in cui è costretto a vivere. E non è un caso che già nell'originale molieriano, Jourdain, infrangendo la più antica regola della commedia, non rinsavisca affatto nel finale e anzi lasci il palcoscenico ancora più matto di quanto non fosse all'inizio. Questo lato donchisciottesco non doveva di certo essere sfuggito a Strauss che, negli ultimi anni della sua vita, si sentiva dall'alto del suo talento l'unico difensore della civiltà musicale di fronte alla barbarie.
È un ultimo aneddoto a raccontarci l'amore che sentiva per l'immortale borghese: nel maggio 1949 al Gärtnerplatztheater di Monaco si dava il Borghese gentiluomo e Strauss, ormai debole e malato, non volle assolutamente perderselo. Fu l'ultimo spettacolo cui poté assistere, il suo vero congedo dall'amato mondo del teatro.