Romare Bearden fra pittura e jazz

 

Tra i capisaldi delle arti figurative afroamericane del '900, un posto di rilievo spetta a Romare Bearden (1912-1988), pittore e collagista di formazione espressionista e divisionista.
Tema centrale delle sue opere (di cui le più importanti esposte al Museum of Modern Arts, al Metropolitan e al Witney Museum di New York) è la rappresentazione della vita quotidiana della popolazione afroamericana degli Stati Uniti, con una particolare attenzione al mondo del jazz e del blues.
I suoi quadri costituiscono la trasposizione, sul piano delle immagini, dei versi di Langston Hughes ("the rhythm of life is a jazz rhythm"), del canto blues di Bessie Smith, dello stride piano (James P. Johnson, Willie "The Lion" Smith, Fats Waller), dello stile jungle e poi ancora dello swing e del bebop.
La musica e il jazz occuparono un ruolo talmente importante nella vita dell'artista, da dedicarsi tra il 1951 e il 1954 - impossibilitato per problemi di salute a dipingere - alla composizione di canzoni jazz, arrivando a produrre alcune sedute di registrazione di Dizzy Gillespie e fondare la Bluebird Record insieme al compositore Dave Ellis.
Nato a Charlotte, North Carolina, da genitori originari delle Antille, Bearden si trasferì da ragazzo a New York nel quartiere di Harlem, in cui risiedevano i 3/4 della comunità nera della Grande Mela e centro di irradiazione dell'Harlem Reinassance.
Qui ebbe modo di apprezzare musicisti del calibro di Duke Ellington, Earl Hines (suo amico e mentore), Chick Webb, Count Basie, Ella Fitzgerald e frequentare il Savoy Ballroom, dove bianchi e neri ballavano al ritmo delle migliori jazz-band del'epoca.
Il quartiere di Harlem, attraverso cabaret e locali da ballo come il Connie's Inn, il Club Hot-Cha, lo Small Paradise, l'Hollywood Inn era quindi uno dei pochi luoghi multirazziali della metropoli, in cui la comunità bianca e quella di colore potessero interagire e relazionarsi.
La pittura di Bearden contiene il flusso jazz del ritmo sincopato e si fonda sulla ricerca dell'improvvisazione attraverso il continuo sovrapporsi di tracce pittoriche, in una successione continua di gesti e segni.
È qui evidente il richiamo ad uno dei principi fondamentali della pratica jazzistica, l'improvvisazione. Essa costituisce, comunque, un importante, ma non il solo, parametro attraverso cui comprendere e valutare la prassi jazzistica, lungi dal configurarsi come "conditio sine qua non del jazz" (Stefano Zenni).
Tale considerazione vale anche per l'arte di Bearden, per il quale l'improvvisazione presuppone studio, applicazione e preparazione tecnica adeguata, anche se non necessariamente di tipo accademico.
Ricorrendo ad una tecnica simile a quella di Stuart Davis, egli era solito creare dei collages astratti, da lui definiti "projections". Su immagini fotografiche, carta straccia e giornali distesi su una tavola di masonite, l'artista statunitense creava (ed improvvisava) dei disegni con l'ausilio dell'inchiostro e della matita.
La non facile lettura e comprensibilità di queste opere (apprezzate dai critici d'arte, non hanno mai raggiunto elevate quotazioni commerciali) si può spiegare con l'intento di Bearden di rivelare attraverso l'arte la complessità dell'esistenza umana, mediante una vasta gamma di tecniche espressive e di colori.
Bearden si affida poi ad una complessa struttura di segni mutuati dal simbolismo africano per esprimere la testimonianza specifica di una esperienza esistenziale, che è quella dell'afroamericano nella società statunitense razzista fondamentalmente a dominio WASP.
Evidente è qui il richiamo al movimento dell'Harlem Renaissance, emerso intorno alla metà degli anni '20 sulla scorta delle idee di Marcus Garvey e DuBois, in cui confluirono scrittori, giornalisti, pittori, illustratori scultori e musicisti.
Il fine era quello di interpretare ed esprimere - attraverso l'arte - la battaglia degli afroamericani per il riconoscimento dei diritti politici e civili. Emblematico, in tal senso, è il dipinto "Watching The Good Trains Go By" del 1964, che fa parte di una serie di dipinti, fotomontaggi e collages, attraverso cui l'artista rievoca la sua giovinezza ad Harlem, "The Mecca of the New Negro".
Per Bearden, il treno visto come "something that could take you away and could also bring you where you were", segno della memoria genetica e culturale afroamericana, rimanda alla prima percezione della libertà conquistata da parte degli schiavi neri.
Con la costruzione negli Stati Uniti della rete ferroviaria dopo la fine della guerra civile (1865), ben 4 milioni di ex schiavi ebbero in tal modo la possibilità di spostarsi liberamente, per riversarsi dalle piantagioni nelle varie aree urbane (soprattutto del nord) della federazione.
Alla luce di tale retaggio simbolico, costitutivo dell'identità afroamericana, che vede nella ferrovia una metafora di autonomia e libertà, si spiega l'enorme fascino esercitato dal treno sui jazzisti tra cui Duke Ellington (in "Daybreak Express", "Choo-Choo", "Take the A Train", "Reminiscing in Tempo", etc.) e sul repertorio classico del blues.
Il topos del treno ricorre (cfr. "Sula" del 1973 e "Jazz" del 1992 di cui si consiglia la lettura) anche nella narrativa della scrittrice statunitense di colore Tony Morrison, vincitrice del premio Nobel per la letteratura nel 1993.
Vi è poi in Bearden un uso del colore dai tratti intensi, forti, puri, che rimandano alla Madre Nera, ai suoi valori e alle sue forme espressive. Dietro una scelta estetica ben precisa, riaffiora un sovrasenso: il mito dell'Africa e del nostos o ritorno ad essa del popolo afroamericano, così forte nell'immaginario collettivo delle comunità nere degli Stati Uniti a partire dagli anni '20 del secolo scorso.
Viene da pensare al celebre tema di Duke Ellington (valente disegnatore) "Fleurette africane", ad "Africa Brass" di John Coltrane, a "We Insist.Freedom Now Suite" e "Percussion Bitter Sweet" di Max Roach o ancora a "On This Night" di Archie Shepp.
Qui la presa di coscienza razziale, unitamente all'orgoglio per l'eredità culturale afroamericana, si trasfigura attraverso l'immaginario sonoro in arte, per significare e simboleggiare la Madre Nera intesa come luogo primigenio di civiltà e simbolo di aspirazione alla libertà.
E solo attraverso una conoscenza e uno studio trasversale, che tengano conto dell'interconnessione tra arti visive (Bearden, Aaron Douglas soprattutto), musica e letteratura (da Chester Himes, Ralph Ellison a Toni Morrison), si può comprendere a pieno il senso e il valore della creatività artistica afroamericana, policroma e policentrica.

 

Maurizio Zerbo (da www.allaboutjazz.com/italy)