Saint-Saëns, dal bollitore al pianoforte

 

Anche la musica francese ha un Mendelssohn, tra i ritratti dei grandi antenati, nella figura di Camille Saint-Saëns. Rimasto ancora in fasce orfano del padre, Saint-Saëns crebbe circondato dall'affetto intelligente e protettivo di un ambiente tutto femminile, che ne ha determinato probabilmente l'inclinazione verso ciò ch'è di buon gusto e raffinato. Il talento fuori dal comune del bambino si concentrò con esiti stupefacenti sul mondo sonoro, cui apparteneva anche l'enorme bollitore che accompagnava in casa il risveglio mattutino. «Mi mettevo seduto lì accanto alla bouilloire – scrisse il compositore nei suoi ricordi – aspettavo con una appassionata curiosità i suoi primi mormorii, il suo crescendo lento e pieno di sorprese, e l'apparizione di un oboe microscopico il cui canto si levava poco a poco, finché l'ebollizione non lo faceva tacere».
Saint-Saëns fu, al pari di Mendelssohn, un musicista di educazione perfetta e allo stesso tempo uomo di cultura vasta e raffinata, con curiosità intellettuali inestinguibili. Morì nel 1921 nell'amatissima Algeri, sotto un «cielo d'un azzurro chiaro trasparente, d'un azzurro a noi sconosciuto, che sorprende e rapisce lo sguardo». Musicista affermato già nell'epoca di Liszt e Rubinstein, Saint-Saëns sopravvisse a Debussy, di cui non capì mai la musica, e a molti altri compositori più giovani di lui, uomo postumo di un mondo che vide crollare senza riuscire a comprenderne il perché. Della sua immensa produzione oggi il repertorio conserva forse troppo poco: il Samson et Dalila in teatro, il Carnaval des animaux, qualche pezzo brillante per il pianoforte, tra cui un paio di concerti.
Saint-Saëns era un pianista compositore di prim'ordine, quasi pari a Liszt (cui è dedicato il Quarto concerto op. 44) che lo aveva incoraggiato a comporre il Samson. Scriveva musica con sorprendente facilità, «come un melo produce le mele», diceva di se stesso con lieve autoironia. Per il suo strumento compose tra il 1853 e il 1896 cinque Concerti, lo stesso numero di quelli di Beethoven. La tonalità del Quarto è do minore, ma di beethoveniano contiene ben poco. È diviso curiosamente in due movimenti, con un certo carattere eccentrico nella forma, ma molto controllato nello stile. Il tocco brillante da un lato e l'umore serioso dall'altro sono i contrasti più evidenti di questa musica, che ha il pregio di essere scritta da un autore ricco di fantasia e di sapienza tecnica. Il Concerto non è un pezzo che ambisca a rappresentare l'avvenire, anzi guarda piuttosto al passato, come molte altre musiche del suo autore. In analogia con i romantici tedeschi, da Mendelssohn a Brahms, Saint-Saëns cerca risposte nella storia, forte di un'educazione e di una cultura musicale impeccabile. Nella celebre sala della Société des Concerts del Conservatorio di Parigi, in rue Bergère, tutta rosso e oro, decorata in stile pompeiano con una teoria di Muse a fare da sfondo, Saint-Saëns, da vecchio alunno, si trovava a suo agio. «Amavo – sosteneva – l'assenza totale di modernismo, la sua aria d'altri tempi; amavo quel cortile assurdo dove le grida disperate dei soprani e dei tenori, il borbottìo dei pianoforti, gli squilli delle trombe e dei tromboni, gli arpeggi dei clarinetti si univano per formare quell'iper-polifonia alla quale i compositori dell'ultima leva aspirano senza successo; e amavo soprattutto i ricordi della mia educazione musicale che si è formata in quel palazzo ridicolo e venerabile». Eppure la musica di Saint-Saëns non è vuoto artificio retorico, inutile esercizio di composizione da primo della classe. Nel suo mondo palpitano emozioni autentiche, che prendono sapore in una vena melanconica, e la sua voce è spesso intenerita da un groppo di commozione.

 

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