Syd Barrett, le visioni del "diamante pazzo"

 

Si chiama Wouldn't Miss Me ed è la prima antologia a racchiudere in un solo cd il meglio della geniale e bizzarra carriera solista di Syd Barrett, primo leader dei Pink Floyd, nonché eminenza grigia dell’intero movimento psichedelico d’oltremanica (e non solo). Difficile, infatti, elencare tutte le band che in qualche modo hanno tratto ispirazione dalle visioni lisergiche del “testamatta” di Cambridge. Da Robyn Hitchcock a Julian Cope, da Badly Drawn Boy ai Mercury rev fino al folletto hip-hop Beck, sono in tanti ad aver mosso i primi passi sul sentiero tortuoso tracciato da Barrett. Eppure, i suoi due lavori solisti, Madcap Laughse Barrett (entrambi pubblicati nel 1970 su etichetta Harvest), sono stati anche l’ultimo fuoco di fiamma di un uomo sconfitto, che si avvicinava alla fine della sua creatività. Concepiti in uno stato progressivo di depressione, gestito incautamente con massicce dosi di uno psicofarmaco potente come il Mandrax, segneranno in un certo qual modo il distacco definitivo tra l’universo di Barrett e il mondo reale.
Ma riascoltare questi classici della psichedelia, anche a distanza di trent’anni, non può non emozionare chi ha amato la carriera dei primi Pink Floyd, quelli non ancora miliardari, che si divertivano a sperimentare, tra ballate acustiche, filastrocche stralunate e divagazioni strumentali. Una formula che nasce con The Piper At The Gates Of Dawn in cui Syd Barrett conduce una sorta di viaggio nella mente tra droghe e allucinazioni, e che si attenuerà nel tempo, a partire dal suo allontanamento dalla band, nel 1968. I reduci, capeggiati da Roger Waters prima e David Guilmour poi, continueranno a destreggiarsi tra veri capolavori di rock maturo e opere più manieristiche, al limite del commerciale. Barrett, invece, si sobbarchera’ il peso di una progressiva emarginazione da quell’universo musicale che aveva attraversato sempre in modo eccentrico e sghembo.
Nei suoi due progetti solisti, a cui parteciparono in veste di produttori gli stessi Waters e Gilmour (forse con più di un senso di colpa), la “testamatta” di Cambridge dà un saggio della sua immensa capacità creativa, del suo fervore allucinato in grado di partorire mostri e visioni, favole e incubi, col tratto delicato di una strumentazione sempre sobria e sottile, di arrangiamenti onirici e fiabeschi. Quelle evocate da Barrett sono figure in controluce, ma che sanno però aprire squarci di desolazione esistenziale. Sono visioni confuse e fragili, che riescono però a delineare uno scenario di nevrosi collettiva di assoluta modernità.
Brani come “Octopus”, “Terrapin”, “Golden Hair” riescono a suonare ancora attuali, malgrado possano sembrare a tratti paradossali, quasi naif. E capolavori come “Effervescing Elephants” o “Baby Lemonade” conservano intatta tutta la loro luce anche a distanza di trent’anni. Nel viaggio lisergico di Syd, c’è sempre molta ironia, un’ironia sottile che sembra a tratti trasfigurarsi in un ghigno sardonico, ma che nasconde un senso di desolazione, di sconfitta. E’ la sommessa rassegnazione che si intravede tra le note di pezzi come “Waving My Arms In The Hair”, “Wolfpack”, “Long Gone”.
L’antologia Wouldn't You Miss Me esce a distanza di più di dieci anni dalle out-take di Opel e a otto dal cofanetto finale Crazy Diamond. Ed è una raccolta che riesce a esprimere bene il senso di quello che Barrett ha dato alla storia del rock. Ventidue tracce in più di settanta minuti di musica, tutte remasterizzate in modo accurato, sono un bilancio sufficiente, se non esaustivo, della sua carriera. Ma per i fan c’è anche una vera chicca, un inedito assoluto: “Bob Dylan Blues”. E’ un folk-blues inciso su nastro nel 1970, in cui Syd gioca a interpretare Dylan in tutto. Una sorta di parodia a rima quasi baciata sulle caratteristiche più o meno piacevoli del cantautore americano. Un piccolo gioiello che contribusice ad accrescere i rimpianti per quello che Barrett avrebbe ancora potuto dare al mondo della musica. Non resta che condividere, perciò, quanto scrive Graham Coxon nelle note dell’album: "Mi piace immaginarlo felice mentre dipinge o passeggia nel parco. Non è lui ad aver perso il contatto col circo del pop”. Già, probabilmente è proprio il contrario.

 

Claudio Fabretti