Una serena serenata

 

Ancora scosso per la scomparsa di Robert Schumann e ricondotta la morbosa devozione per Clara Wieck a una profonda amicizia, tra l'ottobre del 1857 e i primi mesi del 1860 Brahms trascorre lunghi periodi alla corte del principato tedesco di Lippe-Detmold, rivestendo la carica di direttore d'orchestra e di istruttore di una società corale di nobili dilettanti. È una boccata di serenità, in un ambiente fiabesco circondato dalla foresta di Teutoburgo, che vede l'illuminato e competente Leopoldo III offrire a Brahms un'ospitalità calorosa. La tranquillità del luogo gli consente di riprendere con slancio gli studi musicali, concentrando l'attenzione ai sinfonisti del passato: innanzitutto Haydn e Mozart ma anche i più prossimi Beethoven e Schubert. Quell'oasi fuori dal tempo, che delle corti settecentesche conserva la grazia e il cerimoniale nonché una cappella di bravi musicisti, stimola Brahms alla composizione di un Ottetto per archi e fiati in tre movimenti, sulla falsariga di tanti divertimenti, serenate e cassazioni nate qualche decennio prima nell'Austria felix giuseppina. I presupposti sono simili a quelli che mossero i suoi predecessori: musica d'occasione e artigianato, conditi però con la ricerca del confronto con il genere sinfonico e con una vena nordica. Dopo le consultazioni con Clara e Joachim, Brahms si convince ad allargare l'organico a più riprese, orchestrando altri tre movimenti appena abbozzati. Il lavoro viene portato a termine presso la dimora della signora Rösing in un sobborgo di Amburgo, dove Brahms si è nel frattempo trasferito per tuffarsi nella frenetica attività concertistica e musicale che l'esilio dorato di Detmold non può offrirgli. Padrini del battesimo della Serenata sono gli amici amburghesi del compositore: grazie alla loro iniziativa, la prima esecuzione risuona il 28 marzo 1859 tra gli stucchi della sala Wörmer nell'ambito di un programma eclettico che comprende alcuni Lieder di Schubert e Schumann, una sonata di Tartini, un'altra di Bach e addirittura una cavatina di Boïeldieu. Il pubblico risponde alla grande: il concerto, già esaurito in prevendita, è un successo. Ne sono testimonianza le righe scritte il giorno seguente da Brahms a Clara: "Credo che questo abbia veramente toccato il pubblico, ieri. Gli applausi sono continuati fino a quando non mi sono presentato sul palcoscenico. Non avrebbe riconosciuto la gente di Amburgo!". Sul podio c'è l'amico di sempre Joachim alla guida di un complesso "classico" - a parte i quattro corni - che conta archi, quattro coppie di legni e naturalmente trombe e timpani.
L'Allegro molto iniziale si svolge in forma-sonata tritematica. Il carattere del movimento viene delineato fin dalle prime battute: dopo l'introduzione pastorale di viole e celli che suonano a quinte, il corno espone il primo tema, subito ripreso dal clarinetto: non a caso i due strumenti romantici per eccellenza. Nello Scherzo - e nel Trio in particolare - viene ribadito il carattere bucolico e si registra l'apparizione di uno dei luoghi comuni brahmsiani: la sincope. Lo schema formale dell'Adagio non troppo è difficilmente riassumibile: si tratta di un procedere rapsodico che attraverso il tematismo prolifico e la ricercatezza degli impasti timbrici profetizza tutto il Brahms che verrà. Nei Minuetti I e II (entrambi senza Trio) affiora l'anima cameristica della stesura primitiva, grazie a un organico ridotto, mentre nel quinto movimento fanno capolino gli scherzi del Beethoven prima maniera, stringati e impulsivi. Chiude il Rondò, fondato sull'alternanza di due motivi contrastanti, l'uno ritmico l'altro melodico, cui segue una lunga coda che ribadisce perentoriamente la tonalità d'impianto.
Tra i pochi esempi del genere apparsi in epoca romantica, insieme alla gemella in la maggiore op. 16, la Serenata op. 11 è tutt'altro che una semplice esercitazione di stile né tanto meno pura musica d'intrattenimento: nel corso dei sei movimenti Brahms fa lo slalom tra canoni formali e lessico galante senza mai rinunciare al proprio stile. Si tratta infatti del suo primo lavoro sinfonico compiuto e, per quanto talvolta didascalico, rimane una pietra miliare nel cammino verso le opere di più grande respiro della maturità.

 

Filippo Fonsatti (da www.sistemamusica.it)