Wozzeck, un Cristo del Novecento

 

Wozzeck di Alban Berg è uno di quei vertici spirituali in cui un’epoca e una civiltà sembrano concentrare tutto il loro essere in un unico gesto, come le Piramidi d’Egitto o la Cattedrale di Chartres. È difficile non riconoscere la grandezza assoluta dell’opera di Berg, che è riuscito a concentrare in un capolavoro di teatro musicale l’immensa ricchezza di cultura e d’esperienza artistica accumulata a Vienna in oltre un secolo di storia, dall’epoca di Mozart al drammatico crepuscolo dell’Impero.
Nel Wozzeck, allestito la prima volta a Berlino nel 1925, si congiungono due tradizioni distinte: da una parte il mondo musicale classico e mitteleuropeo; dall’altra l’opera tedesca, da Gluck al teatro espressionista. Non è un caso che Wozzeck cominci con una citazione/parodia della Pastorale di Beethoven e finisca con una scena del tutto “antimusicale”, nel miglior stile della corrente antiromantica definita Neue Sachlichkeit (nuova oggettività). Per raggiungere una simile sintesi, Berg ha dovuto inventare un’idea di teatro nuova e originale, basata su una struttura drammaturgica dettata dalle forme musicali e non dal testo. Fuga, variazione, suite, sonata sostituiscono l’articolazione tradizionale del libretto. Un lavoro simile aveva bisogno di un testo che fosse allo stesso tempo estremamente duttile e di forte carattere. Berg intuì che i frammenti del Woyzeck, un testo di Büchner riscoperto allora da pochi anni, possedevano entrambe le qualità. La narrazione è spezzata in quadri d’immediata forza emotiva, autentici lampi d’espressione nella notte cupa del suo contesto filosofico e simbolico. Attraverso flash drammaturgici, giustapposti come in un montaggio cinematografico, la musica di Berg lascia emergere una figura emblematica, carica d’umanità e di dolore, nella quale l’autore s’identifica nel modo più profondo. Wozzeck incarna un Cristo del Novecento, in un’opera che si congiunge idealmente alle grandi Passioni di Bach.

 

da www.sistemamusica.it